Herbarie. L’attualità e lo stupore

Tre giorni di sold out per le tre anteprime andate in scena agli inizi di aprile danno la misura di quanto sia attuale parlare del sapere delle donne; del tentativo, andato avanti per secoli, di ridurle al silenzio con tutti i mezzi, il più infido dei quali è sempre stato la narrazione della debolezza, dell’ignoranza, dell’incapacità e, di conseguenza, la costrizione ad accettarne lo stereotipo.

Le Herbarie sono tre donne che vivono nel momento storico in cui avviene la transizione dal Medioevo al Rinascimento quando, più si definisce e brilla la creatività degli uomini, dell’intelletto, della tecnica e dell’arte nella sua forma più esteticamente perfetta, più viene meno la conoscenza pratica della cura, della forza, del legame con la natura.

La donna perde il potere già minato nel corso di altrettanti secoli; la Chiesa, che cerca soprattutto il modo per tenere a bada il dissenso, l’opposizione e quelle che chiama eresie, trova il capro espiatorio più facile e più spendibile proprio nelle donne che -se non rispecchiano i dettami- diventano immediatamente streghe, punibili con ferocia per la loro indipendenza.

Il testo di Silvia Pietrovanni, che abbiamo portato in scena con l’adattamento di Isabella Moroni, si rifà in gran parte ai processi e alle testimonianze che, a partire dal passaggio del secolo fino alla Controriforma ed oltre, hanno raccontato la sorte, i processi e spesso la morte di queste donne di cura che persero tutto.

Nell’allestimento di Ivan Cozzi, il racconto di come questa vita speciale di donne a contatto con la natura, con la comunità e con il sacro, viene pian piano annientata, è fatto da Lucia divenuta suo malgrado suora, che ripercorre l’adolescenza nella casa della nonna Mercuria, i giochi con la madre Caterina, la preparazione dei medicamenti, gli incontri di festa, il sapere che si tramanda, lo scambio con le altre donne in una sorta di enciclopedia orale, che Lucia ora ha il compito di raccogliere in un libro che servirà ai posteri per non perdere la conoscenza delle erbe.

La tradizione delle donne sapienti che si rifugiarono nei conventi dove potevano avere libero accesso ai testi, la possibilità di coltivare e sperimentare, dove potevano creare ospedali e farmacie e incontrare altri sapienti, filosofi, teologi risale al bassissimo Medioevo e ha dato, nel tempo, dei frutti straordinari.

Lucia rivivrà la sua vita fino al processo della nonna che si ucciderà in carcere pur di non lasciare traccia del suo sapere nelle mani dei suoi aguzzini e alla fuga che la porterà fino al cortile del convento.

Il racconto si dipana fra musica, canti, silenzi, leggi declamate (che cadono come pietre sulla vita quotidiana delle persone semplici già schiacciate dal peso della fatica e della povertà), ricette, ricordi, visioni, sogni, scherzi e ironia.

I momenti di sospensione e di scambio sono stati recepiti dal pubblico come spunti di compartecipazione e immedesimazione. Una fascinazione che non è mai magia o tecnica, ma rispecchiamento, solidarietà, scoperta.

Mercuria (Brunella Petrini), Caterina (Elena Stabile) e Lucia (Claudia Fontanari) hanno ciascuna un proprio carattere ed una missione: raccontare il passato; dare vita e attualità alla conoscenza; intuire il futuro e la trasformazione del mondo.

Niente sarà più come le tre donne lo conoscono, niente di quel che conosciamo è come loro ce lo descrivono. Eppure ci lega il filo del sapere, dell’amore e della luce.

E le Herbarie, nella grande tela della storia, sono quei fili ribelli che illuminano la vita di nuovi significati e non smettono mai di tessere una nuova realtà.

Herbarie. Le chiamavano streghe tornerà in scena sabato 25 maggio alle 21 e domenica 26 maggio alle 18 ad Abraxa Teatro – Via Portuense, 610 – Roma.

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