Che emozione questo Presepe Vivente! La nostra, che ogni volta, troviamo nuovi spunti, nuovi occhi a guardarci, nuove richieste, nuovi modi di partecipare, di tenere in mano quelle candele, di restare sospesi nel momento in cui si scopre l’ingresso della Grotta, ma anche quella degli spettatori, di quelle richieste e di quegli occhi.

E non solo dei bambini.

Nel pomeriggio del 30 dicembre, verso le 15,30, un po’ di corsa perché le animazioni della mattina non ci avevano lasciato in tempo di ripercorrere con calma le strade della parata e di definire le piccole cose lasciate in sospeso, gli artisti di Un Presepe Vivente si sono posizionati in Largo delle Sette Chiese dove sulla musica di Ave Maria di Fabrizio De Andrè suonata dalla fisarmonica di Daniele Mutino, un angelo nero (sempre straordinario nella sua energia Keba Seck), nella sua danza stupita e dedicata, ha annunciato a Maria: “Sii felice, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta tra le donne.”

Maria (ci ha voluto onorare con la sua presenza e della sua interpretazione Marta Bifano che è stata davvero una Madonna rinascimentale) intanto declamava strofe del Magnificat nella Piazza assolata, con alle spalle la gigantesca Venere del murales di Carlos Atoche #amoreetcura. Donne. Splendore.

Guidata dalla cometa-bandiera, la parata ha poi proseguito su Via delle Sette Chiese con una tappa intermedia di letture e scambio con il pubblico e, ancora, in una marcia delicata, accompagnata dalla fisarmonica, dal suono acquatico del tamburo indiano di Kalipada Adhikary e dai cimbali, campanellini capaci di risvegliare le creature dormienti, suonati da Rakibul Hasan fino a raggiungere Piazza S. Eurosia dove in due punti diversi sono state rappresentate le scene del Mercato con i burattini che hanno ricordato o’ presepe di Natale in Casa Cupiello, le giocolerie, la musica, la sempreverde poesia di Gianni Rodari Il Mago di Natale, i venditori di erbe che insegnano a curarsi con la salvia e il rosmarino, erbe della longevità, gli imbonitori…) e la scena del Sogno dei Pastori.

Qui sono stati letti testi che invitano alla riflessione sull’emarginazione, sul razzismo, sulla guerra; qui sono poi entrati in scena tre “mostri” che indossavano maschere antropomorfe, mostri che hanno popolato gli incubi dei pastori, mostri che popolano ancora le nostre notti difficili, mentre i giochi di fuoco di Silvia Cozzi accompagnavano il risveglio dei pastori e l’avvicinarsi della Buona Novella.

La parata, guidata da Ivan Cozzi è continuata fino alla Chiesoletta e, mentre gli attori recitavano e donavano poesie, abbiamo distribuito agli spettatori le candele per raggiungere la grotta.

La gente era molta, il cielo andava verso la notte, le fiammelle delle candele brilalvano nel crepuscolo. Tutti silenziosi, mentre la fisarmonica suonava Bach e poi Tu scendi dalle Stelle siamo arrivati alla Chiesa di S. Filippo Neri davanti alla quale era stata allestita una struttura ricoperta da un sipario di carta di giornale.

La curiosità, di fronte al mistero, seppur piccolo, mette sempre in moto la passione, così, quando, sulle note della musica Resurrexi, un testo sacro greco bizantino messo in musica dal compositore Tito Rinesi è stato calato il sipario, gli occhi si sono spalancati e la parola “emozione” è corsa fra la gente.

All’interno della grotta, Maria avvolgeva nel suo velo azzurro un bambino grandicello, buono, fermo, felice di poter partecipare a quell’interpretazione.

In verità ci sarebbe dovuta essere la statuetta del Santo Bambino portata dal Parroco della Chiesa che, invece raffreddato, non ha potuto partecipare. Così si è offerto il figlio piccolo della Presidente della Commissione Cultura, Monica Rossi, e alla Grotta è stato tangibile il senso d’amore.

Alla fine sono arrivati i Re Magi, il cui viaggio avevamo rievocato durante l’intera parata e questo Presepe laico, che pure ha mantenuto intatta la struttura della sacra rappresentazione, si è concluso lasciando la parola ai rappresentanti del Municipio e alle persone che sono volute intervenire. E sono intervenuti in molti.

Alla fine abbiamo voluto ricordare il nostro amico fraterno Mauro Vizioli che ci ha lasciati poco tempo fa. Lui era stato uno dei protagonisti fondamentali del Presepe Vivente nelle scorse edizioni. E, a dirla sinceramente, lo abbiamo sentito partecipare con ni anche stavolta. Dovunque egli sia, in quel momento era lì. E per noi è stato davvero importante.

Un grazie di vero cuore a Mirella Arcidiacono, alias Fata Garbatella, che dal primo momento in cui ha saputo che ci sarebbe stato un Presepe Vivente per la prima volta a Garbatella, si è adoperata per parlarne, rilanciarlo sui social, chiamare gente. La maggior parte delle foto e dei video fatti sono opera sua e qualche giorno dopo ne ha parlato perfino alla Radio. Grazie davvero.

Alla parata hanno partecipato 15 artisti: Kalipada Adhikary (percussioni), Marta Bifano (Maria), Claudia Comina (danza), Ivan Cozzi (apertura parata, stella cometa), Silvia Cozzi burattini, fuoco), Rakibul Hasan (cimbali), Isabella Moroni (letture), Pino Moroni (poesie), Daniele Mutino (fisarmonica), Brunella Petrini (letture, venditori erbe), Silvio Pennini (narratore), Anya e Sarah Rinella (pattinatrici), Sofia Rizzo (canto), Keba Seck (angelo).

La scenografia della grotta è di Stefano Hos Giagnotti. I costumi di Marco Berrettoni Carrara. La regia di Ivan Vincenzo Cozzi.

Quattro concerti, quattro piazze, trentotto musicisti, tanta gente… Canto di Natale in Dodici, la manifestazione del Municipio XII è stata un bel momento di incontro.

Il territorio del Municipio XII non smette mai di sorprenderci. Se con Monteverde (Vecchio e Nuovo) avevamo già “stretto” nello scorso anno un rapporto di scambio solidale e curioso, non conoscevamo le periferie.

A Largo Ludovico Quaroni abbiamo incontrato un po’ della Pisana e al Parco di Via Giuseppe Vanni una fetta (seppure piccola) di Massimina.

Largo Quaroni è una quinta teatrale. Una piazza dove riunirsi, mangiare al bar di Azzurra o alla Pizzeria I Love Pizza; per i bambini giocare al parco giochi o correre liberi, per gli adulti chiacchierare o sfogliare il giornale dell’iperfornitissima Edicola Tempietto. Di fronte la campagna e sopra il cielo che, il 18 dicembre, giorno in cui abbiamo iniziato il progetto, era di un azzurro che apriva il cuore.

Qui hanno suonato I Musici della Storia Cantata che grazie al canto di Francesca Gamberini, alle percussioni, al charango e alla voce di Alessandro Taborri; grazie a Daniele Ercoli con il suo contrabbasso e la zampogna e a Daniele Mutino che oltre alla fisarmonica fisarmonica narra le storie, sanno sempre come rendere la musica un racconto collettivo. Durante il concerto anno alternato le canzoni natalizie a quelle romane; brani di folklore a storie di popoli e esseri umani.

Moltissimi anni fa Massimina era praticamente campagna. Fu 25 anni fa che, con uno spettacolo di teatro di strada inaugurammo il Parco (che probabilmente era lo stesso che domenica 19 dicembre ha accolto il gruppo Jingle Friends) sembrava di stare in una fattoria, era tutto verde. Oggi Massimina è sempre molto verde, ci sono più case, ma sembra sempre di essere lontani dalla città.

Andare a suonare lì, sotto la splendida e teatralissima struttura in legno a ponte, andarci con il flauto, la voce e il whistle di Katia Onofri flauto, il violino di Adriano Dragotta, la chitarra di Davide Vaccari e la fisrmonica di Désirée Infascelli che suonano le Christmas Carols irlandesi e con tutta l’energia di quella musica è stato ricostruire un po’ il patto con i cittadini della periferia.

Certo, abbiamo avuto molto poco tempo per poter diffondere la notizia che ci sarebbe stato un concerto. Abbiamo organizzato tutto l’evento in soli 8 giorni che sono davvero pochi per poter arrivare ovunque. E quindi la partecipazione a Massimina è stata quella meno intensa di tutti i concerti, ma è stata una sfida vinta.

I Musici della Storia Cantata hanno replicato a Parco Ravizza, dove si sono radunate moltissime persone, fra panchine, tavoli del bar e passaggi estemporanei. I bambini hanno lasciato l’area giochi per venire ad ascoltare e ballare, gli anziani ci hanno regalato i loro ricordi. “Quando ero giovane io – dice la Signora Anna Maria – abitavo a Piazza del Fico, in centro. Mi ricordo che passavano i musicisti col carretto e c’era una cantante e la fisarmonica…”.

Sì, i musicisti passavano, anche dopo l’infanzia della Signora Anna Maria, e passavano anche i pazzarielli con l’imbonitore e Pulcinella e quello che faceva le capriole e dai terrazzini si tiravano giù le monete o si calava il cestino con qualcosa da mangiare.

L’ultimo concerto è stato quello di RusticaXBand una banda di circa trenta fra ragazzini anche molto piccoli e giovani e qualche incrollabile maestro.
Guidata da Pasquale Innarella, grande jazzista, la banda è il risultato di un’operazione di coinvolgimento dei giovani di una periferia decisamente a rischio come La Rustica. Questi ragazzini hanno barattato le ore passate in strada con ore passate a suonare, molti, crescendo, hanno trovato anche un lavoro nella musica. Tutti gli altri hanno scoperto che si può vivere in molte maniere. Quella con le note è una delle migliori.

Qualcuno ha lasciato per la prima volta il proprio quartiere per trovarsi a Monteverde (“ma che Monte è?” ha chiesto una ragazza dai capelli rosa). Qualcuno è arrivato coi mezzi pubblici: una traversata in diagonale della città degna di un film di Fellini. Tutti hanno suonato il loro jazz e il loro Natale e gli spettatori si sono anche commossi.

Una cosa che ci ha reso davvero contenti è stata la presenza del Presidente del Municipio Elio Tomassetti, dell’Assessora Gioia Farnocchia e di molti altri consiglieri e membri della Commissione Cultura e altri ancora.

Questo è il modo migliore per fare della cultura. Qualcosa che non si limita a offrire un prodotto, ma a vederlo nascere, crescere e svilupparsi. E a scoprirne effetti e risultati.

In queste feste, mentre si tenta di tornare a tirar la testa fuori dall’oscurità, mentre le luci si fanno più intense nel decorare le strade e le piazze, mentre si attende il passaggio ad una vita che tutti vorremmo più colorata e profonda, Argillateatri torna con la favola infinita della nascita del Sole Invitto, del Salvatore, di Gesù (e di tutte le divinità della luce che in lui convergono e si animano).

Questa volta saremo alla Garbatella. Un quartiere amato e vitale. Ci saremo grazie al supporto del Municipio Roma VIII e all’adesione di nuovi interpreti e di amici di sempre.

Cominceremo la mattina alle 11,00 con delle animazioni di strada. Tre trampoliere si incontreranno con chi camminerà per Via Caffaro e Circonvallazione Ostiense (da Ponete S. Spizzichino a S. Galla) con bolle di sapone. A Piazza S. Eurosia, Piazza Bartolomeo Romano e Piazza Eugenio Biffi, invece ci sarà della musica.

La fisarmonica magica di Daniele Mutino, la musica indiana di Kalipada Adhikary e Rakibul Hasan, il ritmo caleidoscopico della musica etnica, balcanica, indie folk, e non solo del famoso duo Traindeville.

Cercateli, vi faranno sognare almeno un po’.

Nel pomeriggio, alle 15,30 una parata di personaggi arrivati di lontano s’avvicinerà a Largo delle Sette Chiese. Il loro omaggio ai migranti e a tutti noi che abbiamo passato questi due anni di respiro sospeso, si scioglierà nella musica e nella rievocazione dell’Annunciazione portata da un Arcangelo Gabriele venuto da altrove.

Da qui partirà il viaggio che vuole riprendere quello fatto dai Re Magi per raggiungere la Grotta di Betlemme.
Guidati da una stella cometa i partecipanti si troveranno coinvolti nella vitalità di una piazze del mercato fra giocolieri, burattini, imbonitori, venditori di erbe e rimedi e nuove storie.

La parata arriverà poi nel luogo in cui i Pastori, stanchi del loro viaggio, s’addormenteranno sognando i diavoli dell’inferno… ma al risveglio: “non temete…” arriva la buona novella e si va tutti all’ingresso della grotta dove alla luce delle candele si svelerà la mangiatoia ed il Santo Bambino.

Il nostro è soprattutto un “presepe laico”, dove ogni simbologia può adattarsi alla sacralità della vita collettiva, ma che non può fare a meno della ritualità. Perché il rito serve alla comunità, il rito segna le soglie, i passaggi.

E di questo ce ne stiamo accorgendo proprio ora che ci avviciniamo ad una nuova soglia. Quella che ci porterà verso la luce.

Interpreti: Marta Bifano, Keba Seck, Alessio Rizzitello, Ivan Cozzi, Claudia Comina, Silvio Pennini, Brunella Petrini, Isabella Moroni, Silvia Cozzi, Daniele Mutino, Kalipada Adhikary, Rakibul Hasan, Anya e Sarah Rinella (pattini a rotelle).

Regia: Ivan Vincenzo Cozzi
Scenografie: Stefano Hos Giagnotti Costumi: Marco Berrettoni Carrara
Tecnico: Nino Mallia

Progetto realizzato con il finanziamento di Roma Capitale – Municipio Roma VIII

Con grande gioia e onore, sabato 18 dicembre accompagneremo una delle “passeggiate del sabato” ideate dal Prof. Michele Bononi e da altri professori dell’Istituto Comprensivo “Piazza Forlanini”.

Sabato sarà la volta della passeggiata dal titolo “Monteverde e il cinema”.

Con i ragazzi cammineremo raggiungendo i luoghi dei set più conosciuti e significativi del quartiere, dove il critico cinematografico Pino Moroni racconterà di alcuni film, spiegherà come sono state girate alcune scene e leggeremo dei brani dalle sceneggiature o dai romanzi da cui sono stati tratti i film per stimolare la curiosità e lasciare che l’immaginazione dei ragazzi lavori e produca nuovi sogni…

Ci troveremo a Piazza di Donna Olimpia dopo che i ragazzi avranno fatto un tour alla scoperta di cosa sono diventati quelli che un tempo erano i cinema del quartiere: Usato porta portese-teatro Castalia ex cinema Felix;
sala giochi a Via di Monteverde, ex cinema Ariel; Farmacia Mazzini a Piazza S: Giovannni di Dio, ex cinema Terrazze.

Nel cortile del complesso IACP di Via Ozanam parleremo del film con Monica Vitti, Teresa la ladra, tratto da un romanzo di Dacia Maraini; andremo poi nel giardino di Via Donna Olimpia 30/32 dove sono stati girati tutti i film di Fantozzi, ma anche La finestra di fronte di Ferzan Özpetek e dove rimane sempre viva l’aiuola della Roma vincitrice dello scudetto.
Attraversando la strada raggiungeremo il Liceo Morgagni, indimenticabile set della serie degli anni ’80 I ragazzi della terza C.
Cammineremo poi verso Monteverde Vecchio dove a Via Cavalcanti 37 potremo vedere il villino dove è stato girato Magnifica presenza (sempre di Ferzan Özpetek), una location evocativa rispetto alla storia del film e dove, se ci sarà possibile, scambieremo due chiacchiere con il proprietario del bar di fronte, che ha seguito e in parte accolto tutte le riprese.
Concluderemo la passeggiata a Via Ugo Bassi. A partire dal Villino Cirino fino alla scalinata che conduce fino a Viale Trastevere, tutta la via è stata set di film differenti. Vedere i luoghi con i propri occhi darà ai ragazzi modo di scoprire come con una sola location (e con le dovute tecniche di ripresa), possono essere girati molteplici film.

Noi ringraziamo l’opportunità che abbiamo avuto lo scorso anno di lavorare alle passeggiate sui set. Un’opportunità e un progetto che oggi ci conduce a questo incontro con una scuola del territorio.

Perché raccontare ai più giovani significa inventare il futuro. Inventarlo migliore.

Torniamo, dopo un anno di sospensione e di eventi on line, a celebrare il Natale con quattro concerti di musica e canti di Natale. Torniamo nel Municipio XII fra Monteverde e i quartieri più periferici (Pisana, Massimina).

Con questo progetto vogliamo offrire agli spettatori un percorso attraverso le tradizioni musicali e canore del Natale viste da prospettive e culture diverse.

Canto di Natale in Dodici è una manifestazione voluta e e finanziata con i fondi cultura del Municipio Roma XII, destinata al territorio per condividere con gli abitanti momenti di socializzazione e coinvolgimento.

Quattro le location proposte dal Municipio, tutte all’interno di aree verdi (Largo Federico Caffè, Largo Ravizza, Largo Quaroni, Parco Via Vanni) e quattro i concerti.

Ogni concerto è espressione di una cultura, di una strumentazione, o di una musicalità diversa. Tutti raccontano del Natale.

In programma:

Sabato 18 dicembre 2021 dalle ore 15,30
Largo Quaroni (Pisana)

I musici della storia cantata (Francesca Gamberini canto, tamburo – Alessandro Taborri percussioni, charango, canto – Daniele Ercoli contrabbasso, zampogna, canto – Daniele Mutino fisarmonica, canto, narrazione)
Il gruppo è specializzato nella musica d’ascolto acustica. Per il concerto di Natale alternerà brani natalizi classici e non come Oh happy day, White Christmas, Tu scendi dalle stelle per zampogna, So this is Christmas di John Lennon, etc. a canti popolari, musica classica sacra e canzoni che raccontano la vita.

Domenica 19 dicembre 2019 dalle ore 15,30
Parco di Via Vanni (Massimina)

Jingle Friends (Katia Onofri  flauto, voce, whistle – Davide Vaccari chitarra, voce – Adriano Dragotta violino – Désirée Infascelli fisarmonica)
Brani tradizionali e melodie natalizie irlandesi, che richiamano la cultura popolare. Spesso tramandati per tradizione orale, i canti di Natale o corali (Christmas Carols), esprimono e rinforzano i valori religiosi e popolari. In origine il termine carol descriveva una canzone da ballare e celebrava il mutare delle stagioni; in tempi più recenti questi vecchi canti hanno trovato un posto all’interno dei luoghi di culto.

Domenica 19 dicembre 2019 dalle ore 15,30
Largo Ravizza

I musici della storia cantata (Francesca Gamberini canto, tamburo – Alessandro Taborri percussioni, charango, canto – Daniele Ercoli contrabbasso, zampogna, canto – Daniele Mutino fisarmonica, canto, narrazione)

Giovedì 23 dicembre 2019 dalle ore 15,30
Largo Federico Caffè (Via dei Quattro Venti)

RusticaXBand
Banda musicale formata da giovanissimi del quartiere La Rustica diretta dal sassofonista, cornista e compositore Pasquale Innarella. Un progetto culturale di jazz sociale nato per contrastare il disagio giovanile, e diventato un’occasione per molti giovani l’occasione. La Band suonerà il suo repertorio comprensivo di brani tradizionali natalizi. Un’occasione per creare una connessione fra quartieri e Municipi.

Cantare, suonare, raccontare, ricordare perché la magia del Natale non rimanga solo un momento in cui i sensi sono colmati di luci, profumi, sapori, suoni, materie d’ogni genere. Ma che portino ad una riflessione sulla sensibilità nei confronti dell’altro.

Brevi scene tratte dallo spettacolo e lo straordinario intervento del Prof. Paolo Portone che racconta delle streghe e della loro storia con la passione e la competenza di chi non ha mai smesso di conoscere e far conoscere la loro realtà.

Le fotografie di Claudio Drago alla Galleria ArtSharing Roma

Dal 13 al 28 novembre 2021 alla Galleria ArtSharing Roma sono tornate le Herbarie nelle loro molteplici forme.
La mostra delle fotografie di scena dello spettacolo Herbarie: le chiamavano streghe (testo originale di Silvia Pietrovanni), opera del fotografo siciliano Claudio Drago che con il teatro e il cinema ha instaurato un rapporto strettissimo di indagine e sperimentazione, è lo spunto per tornare a parlare di quello che erano le Herbarie, di quello che non hanno mai smesso di essere. Nella leggenda, nella mitologia e, soprattutto nella storia: cura, natura e magia.

Parlare di cura, di empatia, di natura, di donne e di streghe non è altro che una metafora dell’attualità.
Una metafora che non è poi così facile da raccontare e da far ascoltare nel mondo in cui viviamo. Dove cura è diventato sinonimo di medicalizzazione; natura si confonde con ambiente (un elemento sul quale intervenire non con attenzione, umiltà e rispetto, ma con forze contrapposte, tecnologie invasive e interessi economici evidenti); donne (escludendo tutti i gruppi e le associazioni che si incontrano quotidianamente con le realtà) è ormai quasi soltanto una riserva di caccia politica, una categoria di investimento o di mancanza di investimento, un tema da far svolgere ad aspiranti giornalisti, ragazzi delle scuole.
E le streghe sono, ancora una volta, tutti i diversi; tutti coloro che riescono a pensare individualmente. Sono i nemici da respingere, ridicolizzare, tenere lontani delle comunità.

E allora, perché non ricominciare a parlarne. A gettar semi, a far incontrare le esistenze stremate dalla paura, dalla confusione, dall’obbligo di competere e guadagnarsi un posto e raccontare loro realtà (perché realtà sono) che hanno dimenticato o che non hanno mai conosciuto?

Le Herbarie fotografate da Claudio Drago ci portano in quel medioevo in cui il potere iniziava lentamente ad accanirsi contro le curatrici. Dove la medicina, sperimentata nelle accademie, non riusciva più ad affiancarsi alla tradizione, a scambiarsi idee, pratiche e nozioni, ma entrava in competizione, voleva apporre il suo sigillo sulle esistenze degli umani.

E per ogni Paracelso che nella prima metà del 1500 bruciava i libri di medicina affermando che il suo sapere (era naturalista, medico e filosofo) discendeva solo da ciò che aveva appreso dalle donne, gli altri bruciavano le donne affinché non insinuassero il dubbio che i libri di medicina potevano essere inutili.

Tutte cose attuali, in questo 2021 che si trascina dietro i significati palesi e nascosti di un’epidemia.

E nel corso della mostra abbiamo provato a gettarli questi semi.
Con il vernissage dove abbiamo ridato vita ad alcune scene dello spettacolo.
Con il laboratorio di trasformazione delle piante in prodotti di cura e di bellezza dove dagli olii, dai sali e dalle foglie di alcune piante, abbiamo preparato nuove realizzazioni, nuove forme, nuove consistenze.
Con il workshop per ragazzi, alla scoperta dei semi, delle piante, delle foglie e delle loro storie, delle leggende, degli usi in cucina. Fino al gioco finale della trasformazione del bicarbonato, dei colori degli aromi e dei lustrini in effervescentissime “bombe da bagno”.
E, soprattutto, con l’evento di chiusura nel quale è intervenuto il Prof. Paolo Portone a raccontare le verità storiche e politiche sulle streghe, sull’inquisizione, sugli untori, partendo dai testi di cronisti dell’epoca o dagli scritti di Alessandro Manzoni.

Perché di streghe si può parlare in infiniti modi. L’Italia è popolata di luoghi che prendono nome da Sibille, diavoli, fate, streghe, trasmutazioni, piante di lunga vita, miracoli, fuochi, magie… Si può raccontarle dal punto di vista del riscatto delle donne, da quello spirituale contemporaneo della Wicca, risalendo alle Strix-Striges dei romani o ancora prima alla mitologia classica. A Medea, a Circe e risalendo i millenni a Artemide e alla Potnia, la Signora delle Fiere.
Ma si può raccontarle anche scoprendo il perché delle eresie, di testi come il Malleus Maleficarum, conoscendo le lotte per il potere che si sviluppavano in Europa al tempo in cui l’Umanesimo (e poi il Rinascimento) avrebbe voluto privilegiare l’Uomo, e le arti e l’espressione delle anime.

L’importante è conoscerle, per non farsi trovare impreparati, quando le avversità prenderanno nuove forme, magari sconosciute, ma sempre legate allo stesso burattinaio: il potere.

Dal palcoscenico alla carta fotografica. Herbarie: le chiamavano streghe, lo spettacolo nato da un testo di Silvia Pietrovanni e portato in scena – con l’adattamento di Isabella Moroni – dalla compagnia Argillateatri, diventa una mostra con le foto di scena di Claudio Drago che, oltre a far rivivere lo spettacolo nei suoi momenti salienti, fa ritrovare i colori e le atmosfere di quell’ambiente dove accoglienza e collettività sono tanto emozionanti quanto estranei al sentire dei nostri giorni.


Il “sipario” alla Galleria ArtSharing Roma si alza il 13 novembre dalle 17,00 alle 21,00 con il vernissage con letture e scene dallo spettacolo (repliche alle ore 18 e 19).

In programma, nei giorni seguenti, anche momenti di incontro e laboratori tematici: il 20 novembre dalle ore 17,00 alle 19,00 sarà il momento per gli adulti di cimentarsi con il laboratorio di erboristeria “Menta, rosa, genziana… Introduzione alla trasformazione delle erbe”. Mentre il 21 novembre dalle ore 17,00 alle 19,00 spazio ai più piccoli con “Erbologia per bambini: laboratorio di ricette delle streghe”.
Finissage e incontro con erboristi e ricercatori delle tradizioni di cura e guarigione previsti invece per il 28 novembre alle ore 17.

La storia delle tre domine herbarum, vissute nel periodo storico in cui avviene la transizione politica e culturale fra il Medioevo e il Rinascimento, raccontata attraverso gli scatti di scena e i testi tratti dallo spettacolo condurranno lo spettatore di fronte a molteplici strade che, a diversi livelli, danno accesso alla storia delle donne, del loro sapere e della loro oppressione; ma anche all’evolversi delle modalità della cura, al rapporto con la medicina, al confronto con la natura, l’ambiente e i loro frutti, nonché all’incontro con il racconto dei simboli, dei miti e delle diverse ritualità e fedi.

Claudio Drago – Note biografiche
Nato a Roma nel 1957, ho cominciato a interessarmi di fotografia grazie ad un amico che “rubava” una Rolleicord 6×6 allo zio paparazzo. Pesco dal cinema e dalla letteratura, miei interessi primari, spunti continui nel mio viaggio fotografico, nutrendomi di film soprattutto stranieri (quelli intimisti, svedesi, tedeschi, russi e francesi, per intenderci). Verso i 24 anni mi iscrivo sia al corso di fotografia dell’Istituto Europeo di Design sia alla facoltà di Letteratura indirizzo Spettacolo, cinema e teatro. Qui ho potuto assorbire un’energia nuova e stimoli per la mia ricerca personale. Negli anni ho partecipato a varie mostre personali o collettive e ho continuato a studiare seguendo vari workshop: Franco Fontana, Sara Camporesi, Lucia Baldini, Dario Coletti e un master con Lina Pallotta. Nel 2014 ho aperto una galleria fotografica a Roma nel quartiere Pigneto. Qui si è sviluppato un intenso lavoro collettivo che ha dato vita al primo festival nazionale di fanzine: “Funzilla” ancora oggi attivo. Ultimamente mi sono dedicato alle foto di scena sia teatrali che cinematografiche e attualmente collaboro per lo sviluppo di progetti culturali con la Komatografica, un’associazione del mio paese d’origine, Ispica.

È possibile acquistare il catalogo con tutte le foto della mostra con una donazione di Euro 9,00 attraverso Paypal all’indirizzo argillateatri@argillateatri

Un libro assomiglia a un palcoscenico girevole dove, in ciascuno dei lati che via via si presentano allo spettatore, le scene si manifestano nella loro opulenza.

Uno spettacolo altro non è che il prendere corpo delle pagine di un libro. È il dare voce alle parole scritte, far vedere un contesto e immaginare tutto il resto.

Inscindibilmente connessi, indivisibilmente intrecciati libri e teatro rappresentano il nostro terreno fertile, la nostra necessità di condivisione, la volontà di far salpare una nave con a bordo attori, spettatori, lettori, osservatori e curiosi che possano raggiungere insieme luoghi immaginari o reali.

Per questo sono nati gli incontri Di libri, di natura e di poesia iniziati nel tepore delle ottobrate romane nello splendido giardino della Libreria Zalib e che proseguiranno una domenica al mese nella galleria d’arte ArtSharing Roma nel quartiere più vivace che c’è nella capitale: Monteverde.

Abbiamo iniziato con il libro di Rosa Maria Di Natale Il silenzio dei giorni (Ianieri Edizioni), una storia capace di essere contemporanea, tanto siciliana quanto universale nel suo parlare di diversità, di memoria, di storia vera e di silenzio. Il racconto prende spunto dal “delitto di Giarre” un omicidio di due omosessuali avvenuto nel 1980 e praticamente cancellato dalle cronache giudiziarie, dalla memoria dei cittadini, dalle pagine dei giornali e persino dalle lapidi nel cimitero, dove la data della morte di uno dei due giovani è stata contraffatta affinché non si potesse intuire il seppur minimo legame fra i due assassinati.

Il prossimo libro (martedì 26 ottobre) sarà La maga Saraghina di Evelina Barone (Kromato Edizioni). Anche questo espressione della terra di Sicilia. Saraghina, dice la leggenda, venne dal vicino oriente e, con l’aiuto di Ulisse approdò sulle rive di Ispica, il paese che allora si chiamava Spaccaforno. Guidata dalla Luna e protetta da Demetra, Saraghina conosceva la cura, gli astri e la natura. Aiutata dalle ninfe delle acque e sostenuta dalle donne del luogo fece crescere la salute e la prosperità di questo paese incastonato fra limoni e mare. Con l’autrice ci sarà anche la musica dei CurAmunì un duo di ricerca, studio, riproduzione e canto di dei brani popolari della tradizione siciliana e del sud del mondo.

Da novembre ArtSharing Roma ci accoglierà con le proposte in divenire di cui vi lasciamo qualche assaggio: Nome non ha di Loredana Lipperini (Hacca Edizioni); Guarire con Basile – Dodici fiabe per conoscerci meglio, tradotte e commentate da Dario Amadei (Castelvecchi edizioni); la plaquette di poesie e immagini, dedicata a dodici visioni di Roma di Antonella Rizzo in uscita nei prossimi mesi…

Ci guida il piacere e il desiderio di tirar fuori dal magma qualcosa di bello, qualcosa che non gode della popolarità e del supporto della fama o dei mezzi di comunicazione; la poesia, ad esempio e l’arte del raccontare, ma anche l’arte visiva. La magia, la storia segreta, le leggende, la natura, la cura, il bosco, la città…

Partiamo, come sempre, dalla curiosità, dall’interesse per l’argomento e per chi lo propone, dalla necessità di interagire con i territori, di scoprire nuove progettualità e, vocazione consolidata, di gettare ponti fra persone e realtà cercando di lasciare fuori il rumore di fondo e lavorando sempre con il piacere di seminare qualcosa che possa rimanere: uno spunto, un ricordo, una visione, un dubbio.

Gli incontri saranno condotti da Isabella Moroni e ospiteranno attori e musicisti per accompagnare le letture e le scoperte.

Parole di Pace. Musica e tramonto e luna. Si sta bene qui, si sta in pace. I poeti ci abbracciano con il loro cuore sonoro. Il vino e l’acqua ai fiori si sambuco. Il sentirsi lungo la stessa rotta, anche se il mare è pieno di tempesta, la nave è solida. È costruita con anime belle e con occhi liberi.

E proprio in immersone totale con la terra, i boschi, i frutti e le stagioni, celebriamo il decimo anniversario di Poesie per la Pace, una manifestazione innovativa e coinvolgente, che anno dopo anno, non ha mai smesso di portare la poesia in luoghi straordinari, in luoghi qualunque, nelle case, nelle piazze, lungo i fiumi, nelle Biblioteche, nei Teatri, nei luoghi di scrittura, di libri, di semplicità e di meraviglia

Quest’anno siamo nel cuore della natura perché crediamo che proprio qui sia la chiave definitiva per ritrovare il senso della pace.

Nella vita quotidiana, invece, siamo profondamente in guerra. Siamo in guerra perché ogni giorno ci dicono che dobbiamo sconfiggere questo o quel nemico. Una malattia, una bassezza umana, un’assenza delle istituzioni… la nostra rabbia, la delusione, l’incapacità di fare qualcosa ci mette in guerra. Con noi stessi, con gli altri. Contro l’ambiente, contro la polis, contro il linguaggio.

In questo luogo speciale, abbiamo provato a vivere solo della bellezza. E della poesia. Delle connessioni che può creare l’energia di ciascuno quando è messa in comune.

Liberiamo la poesia e la poesia ci libererà è sempre stato il nostro motto.

Anche quest’anno, che la Giornata Internazionale della Pace compie 20 anni, celebriamo questo doppio anniversario in contatto stretto e in sinergia con Peace One Day, l’organizzazione che ha dato lo spunto e la motivazione alla creazione di Poesie per la Pace che, nei primi anni, ha coinvolto nazioni e territori (Canada, USA, Brasile, Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Irlanda, Olanda, Spagna, Russia, Lituania, Libano, Israele, Australia, Indonesia…) una vera e propria Giornata Mondiale della Poesia per la Pace.

Grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato: Elena Castellacci che ci ha ospitati nel suo luogo magico, a Antonella Rizzo senza il cui affetto e disponibilità non saremmo riusciti a immaginare tanta bellezza; a Awisha Carolina Gentile che ha saputo fermare la corsa dei nostri pensieri, a Annamaria Giannini, Franca Palmieri, a Claudio Marrucci, a Crystal Nwankwo, Tiziano Grillo, Isabella Tonucci e Brunella Petrini per le letture, a Theo Allegretti e Fabrizio Pio per la loro musica, a Alessandra Fiordaliso capace di rendere la salvezza dell’ambiente un’opera d’arte irresistibile e a Martino Stenico con le sue sculture piene di emozione.

Grazie allo splendore de Il Quarto La Bufera con le sue piante, i melograni, l’orto, il forno, la farina macinata a pietra, le ciambelline al vino, le fotografie e le oche che, al tramonto tornano alla loro casa.

Cosa significa oggi Pace? Ce lo chiediamo dall’inizio di questa avventura. Eppure la risposta ancora non l’abbiamo.

I più grandi di noi ricordano come, parlare di pace, fosse importante come oggi lo è parlare di “memoria”.

Si cresceva con questa parola, con il potere di questa parola, anche a scuola. Si cresceva con l’orrore della guerra (e quella che c’era stata prima sembrava così vicina, anche dopo vent’anni…).

Le guerre, nel mondo, non sono mai finite, però non le abbiamo più vissute, tanto che ci permettiamo di chiamare “guerra” una malattia; di usare parole di aggressione, sconfitta, battaglia, per qualcosa che non assomiglia affatto a un conflitto e, nel frattempo, dimentichiamo l’umanità, la collettività.

La parola Pace, così, si perde ancora un po’, così come la parola nonviolenza. In questi dieci anni i poeti che hanno partecipato al progetto di Poesie per la Pace in tutto il mondo, hanno cercato di dare una risposta. A volte luminosa, a volte rarefatta, a volte stanca o lontana o spaventata.

Eppure ancora non sappiamo dire cosa significhi davvero, oggi, la parola PACE.

Una cosa, però, l’abbiamo scoperta e, nonostante le distanze, i dubbi, le abitudini, cominciamo a crederci tutti quanti: la pace può venire solo dalla natura.

L’ambiente che abbiamo sconvolto è il nostro unico alleato. Le abitudini che abbiamo perso (o che non abbiamo mai conosciuto) sono le uniche che possono darci una visione di un futuro di pace.

Sicuramente sarà difficile che questa inversione di pensiero, tendenza, abitudine arrivi rapidamente da leggi o progetti ufficiali. Noi però possiamo fare la nostra strada di rispetto e integrazione con la natura e trovare la risposta al significato di pace.

È per questo che per il decimo anniversario di Poesie per la Pace abbiamo scelto di entrare a contatto diretto con la Madre Terra.

È proprio questo rapporto con la natura, infatti, lo scopo dello spazio Il Quarto La Bufera luogo nato per tutte quelle attività che possono svolgersi tra i campi ed il bosco per riprendere pieno contatto con la terra madre.

Il programma di quest’anno, sempre in collaborazione e contatto con Peace one Day, vedrà a fianco della poesia, la musica, lo sbocciare della propria interiorità, le fotografie, il canto, le installazioni artistiche. Sarà un modo diverso, piacevole, rilassante, per imparare a riconoscerci creatori del mondo in cui viviamo.

In programma:

Tai chi Chuan con Ivan Vincenzo Cozzi
Mostra fotografica “Terra&Foto” di Elena Castellacci e Alessandra Fiordaliso
Energia della voce e del respiro con Awisha Carolina Gentile
Installazioni in ferro battuto di Martino Stenico
Reading poetico con Lucianna Argentino, Anna Maria Curci, Annamaria Giannini, Claudio Marrucci, Cinzia Marulli, Franca Palmieri, Francesco Randazzo.
Interventi musicali di Theo Allegretti e Fabrizio Pio

E, poiché quest’anno il 21 settembre – Giornata Internazionale della Pace – cade di martedì, abbiamo scelto di celebrarla sabato 18 settembre dalle ore 16.00, con qualche giorno di anticipo, per dare a tutti la possibilità di intervenire e di trovare nuove parole per dire Pace.

Poesie per la Pace – Edizione X
Sabato 18 settembre 2021 dalle ore 16
Il Quarto La Bufera – Via del Tufello, 16 – Aprilia

Monteverde.

Un quartiere pieno di Storia e di storie. Personaggi che hanno fatto di Roma un luogo speciale negli anni in cui fiorivano le idee e i progetti.
Negli anni in cui la cultura si amalgamava con la vita quotidiana, cominciava ad uscire fuori dalle “accademie” e diventava poesia, cinema, romanzo. Negli anni in cui lo sguardo si soffermava con stupore, curiosità e passione sulle vite minori, sui conflitti sociali, negli anni in cui si credeva che il giusto fosse quello in cui buona parte dell’investimento riguardava i più poveri, i più deboli, chi soffriva.

In questo quartiere Pasolini ha sbalzato la bellezza e l’orrore delle classi disagiate, dei giovani disadattati, di chi s’arrangiava (e spesso continua ad arrangiarsi), di chi era fuori da ogni regola, da ogni possibilità di essere compreso, scusato, aiutato.
I ragazzi di vita e le loro vite, prima e dopo Ponte Bianco, i Grattacieli di Donna Olimpia e la Ferrobedò.

In questo quartiere Giorgio Caproni dopo la guerra ha insegnato alla Scuola Giovanni Pascoli per poi spostarsi nella storica Francesco Crispi dove ancora oggi tutti gli abitanti storici ricordano di avere iniziato a studiare da ragazzini.
In che modo si diventa grandi quando a dare agilità alla tua mano e fuoco ai tuoi sogni è stato forse il più grande poeta del ‘900? Si riceve qualcosa di più? Magari solo una possibilità, forse anche delle speranze.

Qui ci sono giunti anche Carlo Emilio Gadda e Attilio Bertolucci e Gianni Rodari che con il suo racconto sul Filobus 75, che il primo giorno di primavera invece di seguire le strade asfaltate, si butta giù lungo i prati dell’Aurelia Antica per far vivere ai passeggeri la magia del tempo sospeso è riuscito a cristallizzare il cuore del quartiere nel suo nucleo antico e nei suoi raggi contemporanei, entrambi indistintamente caratterizzati dalla bellezza e dallo stupore di una Roma affacciata ad una terrazza.

Racconta la scrittrice Luciana Capitolo nel suo libro Pier Paolo Pasolini. Un giorno nei secoli tornerà aprile che, come Pasolini, Caproni, Gadda, Bertolucci e Rodari, gli “stranieri”, arrivano a Monteverde “più o meno, nello stesso periodo, tra la fine degli anni quaranta e gli inizi degli anni cinquanta. Provengono tutti da realtà geografiche lontane a cui, ciascuno a suo modo, interiormente ritorna.
Forse a Monteverde non sono arrivati per caso né per caso qui hanno scelto di vivere.
Caproni cerca negli spazi aperti e nell’aria marina l’abbraccio della sua città, “
Genova che non si scorda”; Gadda, approdato nella capitale dopo aver girovagato a lungo in Italia e nel mondo, nel silenzio appartato dei luoghi, tra gli amici più intimi, forse trova un solitario rifugio all’ “oceano di stupidità” presente nel mondo; nel verde delle ville, Villa Sciarra e Villa Pamphili, nel piccolo paese di Monteverde Vecchio, Bertolucci rivive lo scorrere quieto dei giorni di Parma e Casarola, gli amati luoghi natali da cui ha voluto sradicarsi, per immergersi nel grande mare della capitale, in cui sentirsi libero, libero anche di tornare indietro, verso le antiche radici; Pasolini ne coglie la bellezza della luce, degli spazi, della storia, ne vive le due anime, quella borghese e quella sottoproletaria, le due anime tra le quali egli stesso si dibatte in un’insanabile contraddizione: l’attaccamento a un’estetica condizione, ricco della cultura borghese da cui proviene, e insieme l’attrazione per l’altro mondo con cui entra in contatto, quello di Donna Olimpia, dove i ragazzi di vita vivono e ne ispirano tanta parte dell’opera, dai romanzi, alla poesia, al cinema“.

Tutti questi scrittori e, assieme a loro e dopo di loro, altri attori, musicisti, politici e registi hanno fatto di Monteverde un’espressione dell’anima.

Il cinema in particolare, ha sempre avuto una stretta relazione con la visione della città. “La città cinematografica – come ha detto l’Architetto Massimiliano Prioreschi – permette una percezione degli spazi non soltanto in senso orizzontale, ma anche verticale. Viene condizionato il punto di vista”.

La città, nel cinema, può essere elemento scenografico oppure elemento sociale; può essere città narrativa, politica o virtuale… E il quartiere è banco di prova di questi modelli, è la trama concreta ed emotiva su cui disegnare le storie, sulla quale sperimentare visioni e idee. È la cartina di tornasole dello sguardo che avranno gli spettatori

Nel progetto Storie di Cinema abbiamo, intrapreso un percorso narrativo che ha tenuto conto di questi elementi. Siamo andati sui luoghi che per circa cinquant’anni (e ancora oggi) sono stati set cinematografici, punti di vista sull’intera società raccontati attraverso la lente della città e ne abbiamo descritto i contenuti, i collegamenti, le alleanze con la letteratura.

Scegliere i film e gli spazi non è stato facile tanto è corposa la lista dei luoghi, dei titoli e dei contenuti.
Abbiamo mancato, ad esempio, i luoghi più lontani come il Buon Pastore, la Valle dei Casali, l’Ospedale S. Camillo e il Forlanini, Forte Bravetta, i Colli Portuensi, Ponte Bianco, Via del Casaletto, il Liceo Morgagni e molti altri legate a film e serie televisive che hanno contribuito al miglior cinema italiano.

Abbiamo dovuto rinunciare, per le condizioni avverse del tempo (una pioggia battente che potrete sperimentare anche voi, guardando il secondo filmato del primo giorno), a raggiungere il villino di Via Cavalcanti, personificazione della Magnifica presenza di Ferzan Özpetek, Villa Sciarra e Via Carini.

Al contempo, però, a Villa Doria Pamphilij siamo riusciti ad incontrare tutti quegli scrittori e quei registi che avevano storie intense da raccontare, favole, immaginari, progetti, insegnamenti e ne abbiamo condiviso le meraviglie.

Ed ora, accolti dalla Biblioteca VIllino Corsini, abbiamo modo di raccontare ancora dello stretto rapporta fra Monteverde e il cinema, il loro nutrirsi a vicenda di umanità e di storie e di aggiungere anche qualcosa di nuovo: un film che abbiamo dimenticato, una biografia, una ricetta, una filastrocca, un amore perduto, una grande festa con fuochi d’artificio…

Vi aspettiamo martedì 14 settembre alle 17,30 alla Biblioteca Villino Corsini