Il 27 marzo abbiamo celebrato la 60esima Giornata Mondiale del Teatro. Da sessanta anni, dunque, il Teatro viene riconosciuto come bene comune, come elemento culturale trainante, modificante e accogliente e viene celebrato in tutto il mondo.

In tutto il mondo, come la situazione di sospensione, incertezza e confusione che stiamo vivendo che mina profondamente la voglia di creare, di raccontare, di avere l’energia per vedere il futuro. Un futuro anche diverso, anche portatore di nuovi linguaggi, anche dimentico di quello che finora è stato (e non è davvero quello che auspichiamo), ma un futuro che dovrebbe poter essere immaginato già da oggi.

Invece, quello che sarà dopo gli artisti italiani e, soprattutto gli artisti italiani indipendenti che hanno avuto pochi sostegni e non certo per le loro creazioni, ancora non possono immaginarlo. 

Così il 27 marzo, grazie ad un’idea di Isabella Cognatti e Lorenzo Marinone, attivi nella cultura del Municipio Roma XII, ci siamo trovati, assieme ad altre associazioni e personaggi dello spettacolo, all’interno di La cultura alza la voce, un progetto che ha unito la Giornata Mondiale del Teatro alle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante.

È stata un’esperienza fortificante. Raramente si vede così tanta voglia di fare rete, raramente c’è tanta disponibilità a sperimentare.

Potete seguire qui la lunga diretta via Zoom che ha unito esperienze diversissime tra loro.

Nel tempo sospeso del virus è stato difficile (e lo è ancora molto) comprendere le motivazioni di molte scelte. Così come l’affidarsi a questo o a quell’esperto e, ancora di più l’aver deciso che doveva passare solo la narrazione della paura. E così via.

Sul Teatro, ad esempio, la confusione regna ancora oggi sovrana. Ci si muove burocraticamente come se si trattasse di un settore uguale agli altri, come se non calcassero i palcoscenici migliaia di invisibili, attori e tecnici e associazioni che non hanno nessun aggancio ufficiale, ma che sostengono la cultura.

Ma il Teatro è il luogo magico dove gli Dei si manifestano non tanto come apparizione, quanto come epifania interiore nei partecipanti al dramma scenico, in una vista potenziata che ispira tutti: attori, spettatori, scrittori.

Di questa magia ci rende artefici lo sguardo di Giulietta Stirati che ha scritto un’articolo sulla necessità del Teatro (ai tempi del Coronavirus) e su Argillateatri. (L’articolo è stato pubblicato su Mimì, l’inserto culturale del Quotidiano del Sud).

È il momento di elaborare una ripartenza. Una ripartenza, che non sia solo nostra, ma che prenda un po’ in considerazione tutte le problematiche del Teatro. Una ripartenza che sia di collaborazione, nella quale provare a cambiare la visione che, finora, ha tenuto i teatranti in un “distanziamento sociale” antelitteram, fatto di diffidenza e chiusura anche quando dichiarava di essere aperto.

Stiamo organizzando dei progetti, ma sentiamo la necessità di raccogliere anche i sogni e i desideri di molti: delle piccole compagnie, delle associazioni, di chi ha lo stesso immaginario e lo stesso scopo.

Si tratta di sperimentare, provare, trovare soluzioni e di metterle in pratica provando a vedere se funzioneranno, provando anche se si pensa che non lo faranno. Perché solo scegliendo una direzione possiamo decidere di cambiarla.

Per questo vogliamo cominciare proponendo, per il 23 aprile Giornata Mondiale del Libro, dei video nei quali leggeremo dei testi teatrali o che abbiano a che vedere con il Teatro.
È un modo per incrociare i generi e ricordare che il teatro è solo dal vivo (il resto è qualche altra cosa, certo, ma non Teatro), mentre le parole arrivano ovunque e in ogni modo.

Brunella Petrini da “Le Città Invisibili” di Italo Calvino legge “Irene”.visibili” di Italo Calvino legge “Irene”.
Elena Stabile legge il prologo da “L’arte della commedia” di Eduardo De Filippo.
Brunella Petrini da “Le Città Invisibili” di Italo Calvino legge “Eufemia”
Antonia Masulli Matera legge un brano da “Songs of Revolution” di Julian Beck.
Brunella Petrini da “Le Città Invisibili” di Italo Calvino legge “Sofronia”