Eccoci di nuovo dopo un momento di riflessione sul futuro.

Quello che vediamo, l’orrore, l’insensatezza, il sentirsi foglie nella tempesta, il percepirci come persone che hanno perso la capacità di stringere relazioni, che si infiammano per l’una o l’altra fazione, che non sembrano più in grado di essere interlocutori sani di chi sceglie il destino, ci ha portato a fermarci un po’.

Volevamo che il prossimo progetto fosse accessibile a tutti, senza restrizioni rigide, fatto nel nome della libertà della cultura.
Perché, prima nella pandemia, ora nella guerra (che ci sembra tanto più terribile di tutte le altre solo perché è tanto più vicina), chi ha perso ogni forma di potenza, di contrattualità e di trasformazione è stata proprio la Cultura.

Un tempo strumento di lotta, portatrice di pensieri sani, sempre a fianco degli umani, la cultura oggi è abbandonata, vessata o, peggio, strumentalizzata per gettare fumo (o lustrini) negli occhi.

E invece la Cultura porta pace e bellezza. E, mentre infuriano le guerre, serve a dare un senso alla vita, ad allontanare la paura, il dolore e l’impotenza. A resuscitare la collettività perduta negli schieramenti insensati che danno la sensazione temporanea di controllo, ma che poi ci logorano dentro.

Un flash per ricordare che durante la Seconda Guerra mondiale, in una normale famiglia cittadina, si continuava a vivere: si andava al cinema e al teatro, si leggeva, si andavano a trovare gli amici, si andava al caffè a prendere un cioccolato autarchico, si organizzavano spettacoli in casa, chiamando i vicini, gli amici, i parenti a fare da pubblico. Mentre non smettevano gli allarmi, si scendeva nei rifugi e cadevano le bombe.

Perché così si poteva vedere il futuro, immaginare il cambiamento, valutare le necessità e i sogni.

Ci siamo fermati tre mesi per far sedimentare tutto questo. Abbiamo pensato che occorrono nuovi luoghi, capaci di creare nuovi linguaggi. Capaci di dialogare con la terra e l’acqua, gli alberi, i mari, l’ambiente tutto. Capaci di accogliere l’immaginario del futuro e riproporre quello che si è trascinato stancamente fra i reduci delle meraviglie del loro passato recente e l’incredulità dei nuovi arrivati alla vita.

Ora ricominciamo. Ricominciamo con gli spettacoli che più ci rappresentano e con le azioni libere e aperte che stimolano nuovi progetti e diverse attenzioni.

Ricominciamo riproponendo il progetto sulla cura. Quello delle Herbarie. Cura della natura, cura dell’anima, cura della malattia. Cura che fa germogliare nuova sapienza.

Restate con noi. Arriviamo!

Nel tempo sospeso del virus è stato difficile (e lo è ancora molto) comprendere le motivazioni di molte scelte. Così come l’affidarsi a questo o a quell’esperto e, ancora di più l’aver deciso che doveva passare solo la narrazione della paura. E così via.

Sul Teatro, ad esempio, la confusione regna ancora oggi sovrana. Ci si muove burocraticamente come se si trattasse di un settore uguale agli altri, come se non calcassero i palcoscenici migliaia di invisibili, attori e tecnici e associazioni che non hanno nessun aggancio ufficiale, ma che sostengono la cultura.

Ma il Teatro è il luogo magico dove gli Dei si manifestano non tanto come apparizione, quanto come epifania interiore nei partecipanti al dramma scenico, in una vista potenziata che ispira tutti: attori, spettatori, scrittori.

Di questa magia ci rende artefici lo sguardo di Giulietta Stirati che ha scritto un’articolo sulla necessità del Teatro (ai tempi del Coronavirus) e su Argillateatri. (L’articolo è stato pubblicato su Mimì, l’inserto culturale del Quotidiano del Sud).

Il Corriere di Salerno ci ha chiesto di raccontare Le vicissitudini, i sogni e i nostri progetti in questo tempo sospeso.