Pratica e sicura guida, ma solo per frammenti, del visibile e dell’invisibile del rione Prati.

di Massimo Napoli

Senza alcun timore, e piace aggiungere, cogliendo nel segno, si può affermare che un elemento ben visibile del bel rione è il Palazzo di Giustizia.
Ubicazione: Piazza Cavour.

Cominciando da tale edificio il nostro conciso percorso si aggiunge un altro dettaglio, sempre rimanendo entro i confini del visibile, l’architetto che lo progettò: Guglielmo Calderini (Perugia 1837 Roma 1916). Egli impiegò elementi tratti dall’architettura tardo rinascimentale e barocca. La solenne imponenza dell’edificio, realizzato in un gigantesco ammasso di travertino, rivelava, dopo soli cinquant’anni, debolezza di fondazioni, da richiedere lunghi e imponenti lavori di consolidamento.

Volgendo ora l’attenzione agli aspetti invisibili del Palazzo di Giustizia, eccone uno molto dibattuto, il fascino della sua bellezza, costituito dai faraonici interni, che ipnotizzano, ammaliano e seducono. Chi? Tutti coloro, chi in veste di carnefice, chi in veste di vittima, sbrogliano i loro affari di giustizia lì dentro, divenendo piccole figure spersonalizzate. Tale effetto, e si rimane tra gli aspetti dell’invisibile, era stato colto appieno da un bravo regista americano, Orson Welles (1915-1985), il quale aveva utilizzato diversi interni del Palazzo, come i corridoi e l’Aula Magna, per alcune scene del film Il processo del 1962 tratto dall’omonimo romanzo di Franz Kafka.

Gli interni del Palazzo di Giustizia come allegoria dell’alienazione e dell’orrore capitalistico. Concrete, ben note e dunque per noi ben visibili le esacerbanti critiche ricevute dal progettista perugino in riferimento alla realizzazione del Palazzo di Giustizia. Mentre assai invisibile, perché non documentata, la notizia, secondo la quale, il Calderini si sarebbe suicidato quasi ottuagenario, a causa delle suddette critiche contrarie.
Si direbbe oggi di trattarsi di leggenda metropolitana? Sì. Le cronache dell’epoca, invece, non hanno mai fatto registrare tale nota biografica.

Scendendo le scale della facciata del Palazzo di Giustizia, le strade del rione si aprono a ventaglio davanti a noi, da ricordare la raggiera di spadine o di spilloni che portavano in capo, intorno ai capelli, le contadine piemontesi in quel periodo.

La razionalità dei tracciati stradali, e siamo nel campo del visibile, volutamente ostacolano la vista della cupola di San Pietro, a sottolineare, ormai per sempre, i rapporti tesi tra il Regno Sabaudo e lo Stato Pontificio. Finanche la toponomastica, assai nota e ben visibile, cita e richiama nomi di personaggi del mondo laico e pagano, in contrapposizione alla cappa asfissiante della millenaria presenza papalina.

Leggiamo, lungo la rutilante via maestra del rione, il nome Cola di Rienzo, il sognatore di una nuova grandezza di Roma, facendosi proclamare tribuno e invitando tutte le città italiane ad inviare legati, per eleggere un imperatore italiano. Egli fu ucciso in un altro luogo di Roma, simbolo di laicismo: il Campidoglio.
Poi vi sono Via Crescenzio, Via Orazio, Cassiodoro e Boezio, Tacito e Triboniano, fino ai nomi dell’Unità d’Italia: Risorgimento e il nome più bello Piazza della Libertà.

Invisibile ai cittadini è il confine a Nord del rione Prati: viale delle Milizie. Oltre tale viale, come un fiume Rubicone invisibile perché prosciugato, si accede al quartiere Delle Vittorie. Visibile, ma ignorata, dunque invisibile, la numerazione dei rioni e dei quartieri della nostra città, incisa in alto a destra delle targhe delle vie.

Prati segna RXXII, rione ventidue, mentre oltre il Centro le targhe dicono “Q”: quartiere. La nostra guida c’invita a scegliere davanti al bivio, poeta latino, Lucrezio Caro, o il naturalista, Federico Cesi?
C’incamminiamo dunque lungo via Lucrezio Caro o via Federico Cesi? Rammentando un poco del primo il De rerum natura e del secondo il suo diciottesimo anno, quando fondò l’Accademia dei Lincei nel 1603. Il percorso è il medesimo, poiché la guida ci mena al villino Cagiati.

I villini di questo rione appartengono a una specifica tipologia architettonica, tipica del buon costruire e del ben pianificare gli spazi urbani. Villino Cagiati. Ubicazione: via Virginio Orsini 27 angolo via dei Gracchi. Anno di costruzione: 1902. Committente: Giulio Cagiati. Architetto: Garibaldi Burba.

Diversi artisti collaborarono alla realizzazione delle decorazioni, ancora ben visibili: Galileo Chini aveva ideato gli esterni cordoni in maioliche policrome a motivi di fiori e frutta. Alessandro Mazzuccottelli aveva elaborato eleganti soluzioni in ferro battuto con un trionfo di elementi vegetali con tralci di vite. Silvio Galimberti aveva realizzato gli apparati decorativi ad affresco.
Di quest’ultimo, e siamo nell’invisibile, da sbirciare i due tondi ai lati in alto dell’ingresso principale, tuttavia interno e non sulla strada, che ci rivelano due bei volti femminili in primo piano, uno dei quali ci rimanda al volto della nascita di Venere del Botticelli, pronta a rinascere anche in ambito Liberty.
Vasi con bluastri iris e dalle foglie verdi , in ceramica, ornano alcune finestre. Nel giardino, e ben visibile dalla strada, compare, come il sole sorge all’orizzonte, un bellissimo gazebo circolare su arcate, tutto fortemente influenzato da stilemi arabeggianti.

La nostra guida ci esorta a percorrere via dei Gracchi e, pur notando interessanti villini a destra e a manca, e tale rione ne offre parecchi, eccoci davanti a uno dei più suggestivi: Villino Vitale. Ubicazione: via dei Gracchi angolo via Alessandro Farnese. Tipologia: villino a cinque piani, di cui uno seminterrato, con torretta centrale. Committente: Felice Giacomo Vitale. Architetto: Arturo Pazzi. Anno di costruzione: 1909.

Ben visibile lo stile della costruzione, da ricordarci, con la totale assenza di intonaci e con i bei mattoni rossi a vista, la severità di un rinnovato Medioevo o l’elegante austerità del Romanico. Assolutamente ignorate, ma degne di nota le decorazioni di Duilio Cambellotti: sotto il cornicione affresco di colombi, sulla torretta fregio in maiolica raffigurante rondini in volo.

La nostra guida ci conduce ora lungo via Crescenzio. Non si osserva un villino, ma un altro edificio realizzato con i principi del buon costruire: casa Roy. Si tratta della tipologia: case d’affitto. Tale tipologia di costruzioni al principio del Novecento arricchiva il rione Prati, e le altre zone edificate nello stesso periodo, di case d’appartamento. Dunque appartamenti spaziosi, luminosi ed edificati con ottimi materiali.

Casa Roy. Ubicazione: via Crescenzio 38, angolo via Ovidio. Architetto: Fulgenzio Setti. Anno di costruzione: 1910. Un bell’esempio di progettazione e realizzazione di abitazione moderna. Interessante esempio della penetrazione in ambito romano di elementi di architettura francese di fine Ottocento. Vedi la torretta angolare a cupola, svettante sulla sommità dell’edificio, che ricorda la cupola dell’Hotel Excelsior.

Appartamenti “spatiosi” e luminosi e dotati di tutti i comfort. La nostra guida, che ci permette di individuare quelle architetture, che altrimenti, a causa dell’esagerato numero di automobili parcheggiate in ogni spazio utilizzabile, scomparirebbero nell’invisibile, ci invita a rimanere lungo via Crescenzio, dirigendoci nuovamente verso piazza Cavour, ma fermandoci un poco prima.

Eccoci dunque ad osservare se non ad ammirare il villino Roberti. Ubicazione: via Crescenzio 14 angolo via Virgilio. Tipologia: villino unifamiliare a tre piani, di cui uno seminterrato. Torretta laterale.
Committente: contessa Kappel, coniugata con l’avvocato conte Pietro Roberti. Architetto: Arturo Pazzi. Anno di costruzione: 1905.

Eccellente e raffinato esempio di richiamo neorinascimentale. Pitture al di sotto del cornicione, cimase e lunette sopra le finestre, trifore ai quattro lati della torretta, bifore al piano nobile. Con sommo dispiacere da riferire un bellissimo elemento invisibile, dico invisibile in quanto distrutto, eliminato: nel giardino vi era una fontana a conca con isoletta a roccaglia, zampillo, felci e capelvenere. Brutalmente spianato dagli attuali proprietari, per ricavarne posti auto.

Con il villino Roberti si abbandona la strada per passare a una dimensione altrettanto interessante: il villino nella letteratura. Il villino Roberti è l’ambientazione di uno dei romanzi ritrovati di Drosophila Melanogaster, pseudonimo di Europa Pesante (Roma 1893-1975), scrittrice e pittrice di successo negli anni fra le due guerre. Il romanzo ha per titolo La folla delinquente.

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