Parole di Pace. Musica e tramonto e luna. Si sta bene qui, si sta in pace. I poeti ci abbracciano con il loro cuore sonoro. Il vino e l’acqua ai fiori si sambuco. Il sentirsi lungo la stessa rotta, anche se il mare è pieno di tempesta, la nave è solida. È costruita con anime belle e con occhi liberi.

E proprio in immersone totale con la terra, i boschi, i frutti e le stagioni, celebriamo il decimo anniversario di Poesie per la Pace, una manifestazione innovativa e coinvolgente, che anno dopo anno, non ha mai smesso di portare la poesia in luoghi straordinari, in luoghi qualunque, nelle case, nelle piazze, lungo i fiumi, nelle Biblioteche, nei Teatri, nei luoghi di scrittura, di libri, di semplicità e di meraviglia

Quest’anno siamo nel cuore della natura perché crediamo che proprio qui sia la chiave definitiva per ritrovare il senso della pace.

Nella vita quotidiana, invece, siamo profondamente in guerra. Siamo in guerra perché ogni giorno ci dicono che dobbiamo sconfiggere questo o quel nemico. Una malattia, una bassezza umana, un’assenza delle istituzioni… la nostra rabbia, la delusione, l’incapacità di fare qualcosa ci mette in guerra. Con noi stessi, con gli altri. Contro l’ambiente, contro la polis, contro il linguaggio.

In questo luogo speciale, abbiamo provato a vivere solo della bellezza. E della poesia. Delle connessioni che può creare l’energia di ciascuno quando è messa in comune.

Liberiamo la poesia e la poesia ci libererà è sempre stato il nostro motto.

Anche quest’anno, che la Giornata Internazionale della Pace compie 20 anni, celebriamo questo doppio anniversario in contatto stretto e in sinergia con Peace One Day, l’organizzazione che ha dato lo spunto e la motivazione alla creazione di Poesie per la Pace che, nei primi anni, ha coinvolto nazioni e territori (Canada, USA, Brasile, Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Irlanda, Olanda, Spagna, Russia, Lituania, Libano, Israele, Australia, Indonesia…) una vera e propria Giornata Mondiale della Poesia per la Pace.

Grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato: Elena Castellacci che ci ha ospitati nel suo luogo magico, a Antonella Rizzo senza il cui affetto e disponibilità non saremmo riusciti a immaginare tanta bellezza; a Awisha Carolina Gentile che ha saputo fermare la corsa dei nostri pensieri, a Annamaria Giannini, Franca Palmieri, a Claudio Marrucci, a Crystal Nwankwo, Tiziano Grillo, Isabella Tonucci e Brunella Petrini per le letture, a Theo Allegretti e Fabrizio Pio per la loro musica, a Alessandra Fiordaliso capace di rendere la salvezza dell’ambiente un’opera d’arte irresistibile e a Martino Stenico con le sue sculture piene di emozione.

Grazie allo splendore de Il Quarto La Bufera con le sue piante, i melograni, l’orto, il forno, la farina macinata a pietra, le ciambelline al vino, le fotografie e le oche che, al tramonto tornano alla loro casa.

Cosa significa oggi Pace? Ce lo chiediamo dall’inizio di questa avventura. Eppure la risposta ancora non l’abbiamo.

I più grandi di noi ricordano come, parlare di pace, fosse importante come oggi lo è parlare di “memoria”.

Si cresceva con questa parola, con il potere di questa parola, anche a scuola. Si cresceva con l’orrore della guerra (e quella che c’era stata prima sembrava così vicina, anche dopo vent’anni…).

Le guerre, nel mondo, non sono mai finite, però non le abbiamo più vissute, tanto che ci permettiamo di chiamare “guerra” una malattia; di usare parole di aggressione, sconfitta, battaglia, per qualcosa che non assomiglia affatto a un conflitto e, nel frattempo, dimentichiamo l’umanità, la collettività.

La parola Pace, così, si perde ancora un po’, così come la parola nonviolenza. In questi dieci anni i poeti che hanno partecipato al progetto di Poesie per la Pace in tutto il mondo, hanno cercato di dare una risposta. A volte luminosa, a volte rarefatta, a volte stanca o lontana o spaventata.

Eppure ancora non sappiamo dire cosa significhi davvero, oggi, la parola PACE.

Una cosa, però, l’abbiamo scoperta e, nonostante le distanze, i dubbi, le abitudini, cominciamo a crederci tutti quanti: la pace può venire solo dalla natura.

L’ambiente che abbiamo sconvolto è il nostro unico alleato. Le abitudini che abbiamo perso (o che non abbiamo mai conosciuto) sono le uniche che possono darci una visione di un futuro di pace.

Sicuramente sarà difficile che questa inversione di pensiero, tendenza, abitudine arrivi rapidamente da leggi o progetti ufficiali. Noi però possiamo fare la nostra strada di rispetto e integrazione con la natura e trovare la risposta al significato di pace.

È per questo che per il decimo anniversario di Poesie per la Pace abbiamo scelto di entrare a contatto diretto con la Madre Terra.

È proprio questo rapporto con la natura, infatti, lo scopo dello spazio Il Quarto La Bufera luogo nato per tutte quelle attività che possono svolgersi tra i campi ed il bosco per riprendere pieno contatto con la terra madre.

Il programma di quest’anno, sempre in collaborazione e contatto con Peace one Day, vedrà a fianco della poesia, la musica, lo sbocciare della propria interiorità, le fotografie, il canto, le installazioni artistiche. Sarà un modo diverso, piacevole, rilassante, per imparare a riconoscerci creatori del mondo in cui viviamo.

In programma:

Tai chi Chuan con Ivan Vincenzo Cozzi
Mostra fotografica “Terra&Foto” di Elena Castellacci e Alessandra Fiordaliso
Energia della voce e del respiro con Awisha Carolina Gentile
Installazioni in ferro battuto di Martino Stenico
Reading poetico con Lucianna Argentino, Anna Maria Curci, Annamaria Giannini, Claudio Marrucci, Cinzia Marulli, Franca Palmieri, Francesco Randazzo.
Interventi musicali di Theo Allegretti e Fabrizio Pio

E, poiché quest’anno il 21 settembre – Giornata Internazionale della Pace – cade di martedì, abbiamo scelto di celebrarla sabato 18 settembre dalle ore 16.00, con qualche giorno di anticipo, per dare a tutti la possibilità di intervenire e di trovare nuove parole per dire Pace.

Poesie per la Pace – Edizione X
Sabato 18 settembre 2021 dalle ore 16
Il Quarto La Bufera – Via del Tufello, 16 – Aprilia

Monteverde.

Un quartiere pieno di Storia e di storie. Personaggi che hanno fatto di Roma un luogo speciale negli anni in cui fiorivano le idee e i progetti.
Negli anni in cui la cultura si amalgamava con la vita quotidiana, cominciava ad uscire fuori dalle “accademie” e diventava poesia, cinema, romanzo. Negli anni in cui lo sguardo si soffermava con stupore, curiosità e passione sulle vite minori, sui conflitti sociali, negli anni in cui si credeva che il giusto fosse quello in cui buona parte dell’investimento riguardava i più poveri, i più deboli, chi soffriva.

In questo quartiere Pasolini ha sbalzato la bellezza e l’orrore delle classi disagiate, dei giovani disadattati, di chi s’arrangiava (e spesso continua ad arrangiarsi), di chi era fuori da ogni regola, da ogni possibilità di essere compreso, scusato, aiutato.
I ragazzi di vita e le loro vite, prima e dopo Ponte Bianco, i Grattacieli di Donna Olimpia e la Ferrobedò.

In questo quartiere Giorgio Caproni dopo la guerra ha insegnato alla Scuola Giovanni Pascoli per poi spostarsi nella storica Francesco Crispi dove ancora oggi tutti gli abitanti storici ricordano di avere iniziato a studiare da ragazzini.
In che modo si diventa grandi quando a dare agilità alla tua mano e fuoco ai tuoi sogni è stato forse il più grande poeta del ‘900? Si riceve qualcosa di più? Magari solo una possibilità, forse anche delle speranze.

Qui ci sono giunti anche Carlo Emilio Gadda e Attilio Bertolucci e Gianni Rodari che con il suo racconto sul Filobus 75, che il primo giorno di primavera invece di seguire le strade asfaltate, si butta giù lungo i prati dell’Aurelia Antica per far vivere ai passeggeri la magia del tempo sospeso è riuscito a cristallizzare il cuore del quartiere nel suo nucleo antico e nei suoi raggi contemporanei, entrambi indistintamente caratterizzati dalla bellezza e dallo stupore di una Roma affacciata ad una terrazza.

Racconta la scrittrice Luciana Capitolo nel suo libro Pier Paolo Pasolini. Un giorno nei secoli tornerà aprile che, come Pasolini, Caproni, Gadda, Bertolucci e Rodari, gli “stranieri”, arrivano a Monteverde “più o meno, nello stesso periodo, tra la fine degli anni quaranta e gli inizi degli anni cinquanta. Provengono tutti da realtà geografiche lontane a cui, ciascuno a suo modo, interiormente ritorna.
Forse a Monteverde non sono arrivati per caso né per caso qui hanno scelto di vivere.
Caproni cerca negli spazi aperti e nell’aria marina l’abbraccio della sua città, “
Genova che non si scorda”; Gadda, approdato nella capitale dopo aver girovagato a lungo in Italia e nel mondo, nel silenzio appartato dei luoghi, tra gli amici più intimi, forse trova un solitario rifugio all’ “oceano di stupidità” presente nel mondo; nel verde delle ville, Villa Sciarra e Villa Pamphili, nel piccolo paese di Monteverde Vecchio, Bertolucci rivive lo scorrere quieto dei giorni di Parma e Casarola, gli amati luoghi natali da cui ha voluto sradicarsi, per immergersi nel grande mare della capitale, in cui sentirsi libero, libero anche di tornare indietro, verso le antiche radici; Pasolini ne coglie la bellezza della luce, degli spazi, della storia, ne vive le due anime, quella borghese e quella sottoproletaria, le due anime tra le quali egli stesso si dibatte in un’insanabile contraddizione: l’attaccamento a un’estetica condizione, ricco della cultura borghese da cui proviene, e insieme l’attrazione per l’altro mondo con cui entra in contatto, quello di Donna Olimpia, dove i ragazzi di vita vivono e ne ispirano tanta parte dell’opera, dai romanzi, alla poesia, al cinema“.

Tutti questi scrittori e, assieme a loro e dopo di loro, altri attori, musicisti, politici e registi hanno fatto di Monteverde un’espressione dell’anima.

Il cinema in particolare, ha sempre avuto una stretta relazione con la visione della città. “La città cinematografica – come ha detto l’Architetto Massimiliano Prioreschi – permette una percezione degli spazi non soltanto in senso orizzontale, ma anche verticale. Viene condizionato il punto di vista”.

La città, nel cinema, può essere elemento scenografico oppure elemento sociale; può essere città narrativa, politica o virtuale… E il quartiere è banco di prova di questi modelli, è la trama concreta ed emotiva su cui disegnare le storie, sulla quale sperimentare visioni e idee. È la cartina di tornasole dello sguardo che avranno gli spettatori

Nel progetto Storie di Cinema abbiamo, intrapreso un percorso narrativo che ha tenuto conto di questi elementi. Siamo andati sui luoghi che per circa cinquant’anni (e ancora oggi) sono stati set cinematografici, punti di vista sull’intera società raccontati attraverso la lente della città e ne abbiamo descritto i contenuti, i collegamenti, le alleanze con la letteratura.

Scegliere i film e gli spazi non è stato facile tanto è corposa la lista dei luoghi, dei titoli e dei contenuti.
Abbiamo mancato, ad esempio, i luoghi più lontani come il Buon Pastore, la Valle dei Casali, l’Ospedale S. Camillo e il Forlanini, Forte Bravetta, i Colli Portuensi, Ponte Bianco, Via del Casaletto, il Liceo Morgagni e molti altri legate a film e serie televisive che hanno contribuito al miglior cinema italiano.

Abbiamo dovuto rinunciare, per le condizioni avverse del tempo (una pioggia battente che potrete sperimentare anche voi, guardando il secondo filmato del primo giorno), a raggiungere il villino di Via Cavalcanti, personificazione della Magnifica presenza di Ferzan Özpetek, Villa Sciarra e Via Carini.

Al contempo, però, a Villa Doria Pamphilij siamo riusciti ad incontrare tutti quegli scrittori e quei registi che avevano storie intense da raccontare, favole, immaginari, progetti, insegnamenti e ne abbiamo condiviso le meraviglie.

Ed ora, accolti dalla Biblioteca VIllino Corsini, abbiamo modo di raccontare ancora dello stretto rapporta fra Monteverde e il cinema, il loro nutrirsi a vicenda di umanità e di storie e di aggiungere anche qualcosa di nuovo: un film che abbiamo dimenticato, una biografia, una ricetta, una filastrocca, un amore perduto, una grande festa con fuochi d’artificio…

Vi aspettiamo martedì 14 settembre alle 17,30 alla Biblioteca Villino Corsini

di Massimo Napoli

Senza alcun timore, e piace aggiungere, cogliendo nel segno, si può affermare che un elemento ben visibile del bel rione è il Palazzo di Giustizia.
Ubicazione: Piazza Cavour.

Cominciando da tale edificio il nostro conciso percorso si aggiunge un altro dettaglio, sempre rimanendo entro i confini del visibile, l’architetto che lo progettò: Guglielmo Calderini (Perugia 1837 Roma 1916). Egli impiegò elementi tratti dall’architettura tardo rinascimentale e barocca. La solenne imponenza dell’edificio, realizzato in un gigantesco ammasso di travertino, rivelava, dopo soli cinquant’anni, debolezza di fondazioni, da richiedere lunghi e imponenti lavori di consolidamento.

Volgendo ora l’attenzione agli aspetti invisibili del Palazzo di Giustizia, eccone uno molto dibattuto, il fascino della sua bellezza, costituito dai faraonici interni, che ipnotizzano, ammaliano e seducono. Chi? Tutti coloro, chi in veste di carnefice, chi in veste di vittima, sbrogliano i loro affari di giustizia lì dentro, divenendo piccole figure spersonalizzate. Tale effetto, e si rimane tra gli aspetti dell’invisibile, era stato colto appieno da un bravo regista americano, Orson Welles (1915-1985), il quale aveva utilizzato diversi interni del Palazzo, come i corridoi e l’Aula Magna, per alcune scene del film Il processo del 1962 tratto dall’omonimo romanzo di Franz Kafka.

Gli interni del Palazzo di Giustizia come allegoria dell’alienazione e dell’orrore capitalistico. Concrete, ben note e dunque per noi ben visibili le esacerbanti critiche ricevute dal progettista perugino in riferimento alla realizzazione del Palazzo di Giustizia. Mentre assai invisibile, perché non documentata, la notizia, secondo la quale, il Calderini si sarebbe suicidato quasi ottuagenario, a causa delle suddette critiche contrarie.
Si direbbe oggi di trattarsi di leggenda metropolitana? Sì. Le cronache dell’epoca, invece, non hanno mai fatto registrare tale nota biografica.

Scendendo le scale della facciata del Palazzo di Giustizia, le strade del rione si aprono a ventaglio davanti a noi, da ricordare la raggiera di spadine o di spilloni che portavano in capo, intorno ai capelli, le contadine piemontesi in quel periodo.

La razionalità dei tracciati stradali, e siamo nel campo del visibile, volutamente ostacolano la vista della cupola di San Pietro, a sottolineare, ormai per sempre, i rapporti tesi tra il Regno Sabaudo e lo Stato Pontificio. Finanche la toponomastica, assai nota e ben visibile, cita e richiama nomi di personaggi del mondo laico e pagano, in contrapposizione alla cappa asfissiante della millenaria presenza papalina.

Leggiamo, lungo la rutilante via maestra del rione, il nome Cola di Rienzo, il sognatore di una nuova grandezza di Roma, facendosi proclamare tribuno e invitando tutte le città italiane ad inviare legati, per eleggere un imperatore italiano. Egli fu ucciso in un altro luogo di Roma, simbolo di laicismo: il Campidoglio.
Poi vi sono Via Crescenzio, Via Orazio, Cassiodoro e Boezio, Tacito e Triboniano, fino ai nomi dell’Unità d’Italia: Risorgimento e il nome più bello Piazza della Libertà.

Invisibile ai cittadini è il confine a Nord del rione Prati: viale delle Milizie. Oltre tale viale, come un fiume Rubicone invisibile perché prosciugato, si accede al quartiere Delle Vittorie. Visibile, ma ignorata, dunque invisibile, la numerazione dei rioni e dei quartieri della nostra città, incisa in alto a destra delle targhe delle vie.

Prati segna RXXII, rione ventidue, mentre oltre il Centro le targhe dicono “Q”: quartiere. La nostra guida c’invita a scegliere davanti al bivio, poeta latino, Lucrezio Caro, o il naturalista, Federico Cesi?
C’incamminiamo dunque lungo via Lucrezio Caro o via Federico Cesi? Rammentando un poco del primo il De rerum natura e del secondo il suo diciottesimo anno, quando fondò l’Accademia dei Lincei nel 1603. Il percorso è il medesimo, poiché la guida ci mena al villino Cagiati.

I villini di questo rione appartengono a una specifica tipologia architettonica, tipica del buon costruire e del ben pianificare gli spazi urbani. Villino Cagiati. Ubicazione: via Virginio Orsini 27 angolo via dei Gracchi. Anno di costruzione: 1902. Committente: Giulio Cagiati. Architetto: Garibaldi Burba.

Diversi artisti collaborarono alla realizzazione delle decorazioni, ancora ben visibili: Galileo Chini aveva ideato gli esterni cordoni in maioliche policrome a motivi di fiori e frutta. Alessandro Mazzuccottelli aveva elaborato eleganti soluzioni in ferro battuto con un trionfo di elementi vegetali con tralci di vite. Silvio Galimberti aveva realizzato gli apparati decorativi ad affresco.
Di quest’ultimo, e siamo nell’invisibile, da sbirciare i due tondi ai lati in alto dell’ingresso principale, tuttavia interno e non sulla strada, che ci rivelano due bei volti femminili in primo piano, uno dei quali ci rimanda al volto della nascita di Venere del Botticelli, pronta a rinascere anche in ambito Liberty.
Vasi con bluastri iris e dalle foglie verdi , in ceramica, ornano alcune finestre. Nel giardino, e ben visibile dalla strada, compare, come il sole sorge all’orizzonte, un bellissimo gazebo circolare su arcate, tutto fortemente influenzato da stilemi arabeggianti.

La nostra guida ci esorta a percorrere via dei Gracchi e, pur notando interessanti villini a destra e a manca, e tale rione ne offre parecchi, eccoci davanti a uno dei più suggestivi: Villino Vitale. Ubicazione: via dei Gracchi angolo via Alessandro Farnese. Tipologia: villino a cinque piani, di cui uno seminterrato, con torretta centrale. Committente: Felice Giacomo Vitale. Architetto: Arturo Pazzi. Anno di costruzione: 1909.

Ben visibile lo stile della costruzione, da ricordarci, con la totale assenza di intonaci e con i bei mattoni rossi a vista, la severità di un rinnovato Medioevo o l’elegante austerità del Romanico. Assolutamente ignorate, ma degne di nota le decorazioni di Duilio Cambellotti: sotto il cornicione affresco di colombi, sulla torretta fregio in maiolica raffigurante rondini in volo.

La nostra guida ci conduce ora lungo via Crescenzio. Non si osserva un villino, ma un altro edificio realizzato con i principi del buon costruire: casa Roy. Si tratta della tipologia: case d’affitto. Tale tipologia di costruzioni al principio del Novecento arricchiva il rione Prati, e le altre zone edificate nello stesso periodo, di case d’appartamento. Dunque appartamenti spaziosi, luminosi ed edificati con ottimi materiali.

Casa Roy. Ubicazione: via Crescenzio 38, angolo via Ovidio. Architetto: Fulgenzio Setti. Anno di costruzione: 1910. Un bell’esempio di progettazione e realizzazione di abitazione moderna. Interessante esempio della penetrazione in ambito romano di elementi di architettura francese di fine Ottocento. Vedi la torretta angolare a cupola, svettante sulla sommità dell’edificio, che ricorda la cupola dell’Hotel Excelsior.

Appartamenti “spatiosi” e luminosi e dotati di tutti i comfort. La nostra guida, che ci permette di individuare quelle architetture, che altrimenti, a causa dell’esagerato numero di automobili parcheggiate in ogni spazio utilizzabile, scomparirebbero nell’invisibile, ci invita a rimanere lungo via Crescenzio, dirigendoci nuovamente verso piazza Cavour, ma fermandoci un poco prima.

Eccoci dunque ad osservare se non ad ammirare il villino Roberti. Ubicazione: via Crescenzio 14 angolo via Virgilio. Tipologia: villino unifamiliare a tre piani, di cui uno seminterrato. Torretta laterale.
Committente: contessa Kappel, coniugata con l’avvocato conte Pietro Roberti. Architetto: Arturo Pazzi. Anno di costruzione: 1905.

Eccellente e raffinato esempio di richiamo neorinascimentale. Pitture al di sotto del cornicione, cimase e lunette sopra le finestre, trifore ai quattro lati della torretta, bifore al piano nobile. Con sommo dispiacere da riferire un bellissimo elemento invisibile, dico invisibile in quanto distrutto, eliminato: nel giardino vi era una fontana a conca con isoletta a roccaglia, zampillo, felci e capelvenere. Brutalmente spianato dagli attuali proprietari, per ricavarne posti auto.

Con il villino Roberti si abbandona la strada per passare a una dimensione altrettanto interessante: il villino nella letteratura. Il villino Roberti è l’ambientazione di uno dei romanzi ritrovati di Drosophila Melanogaster, pseudonimo di Europa Pesante (Roma 1893-1975), scrittrice e pittrice di successo negli anni fra le due guerre. Il romanzo ha per titolo La folla delinquente.

7 settembre 2021 ore 21,00
Giardino Pietro Lombardi – Via Sabotino, 7
Rassegna E-stiamo in Piazza 2021 Municipio Roma I Centro.

Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili“. Questo pensiero, che Italo Calvino espresse in un’intervista sul suo romanzo più visionario, è alla base dello sguardo con cui abbiamo voluto legare Le Città alla città. A Roma, dove lo sperimentiamo per la prima volta, ma anche in qualsiasi altro luogo che conservi strutture, storie, memorie, monumenti, ricordi, oggetti, abitanti, appartenenza.

La città, infatti, è il risultato di una stratificazione di segni. Un processo continuo di aggiunte e sottrazioni, che ha a che fare sia con la realtà fisica (le strade, i negozi, i monumenti, i palazzi…), sia con la memoria collettiva.

Noi – come dice l’Architetto Giorgio Del Puentesiamo in parte le città in cui viviamo, quelle che abbiamo visto e che portiamo con noi. La memoria del paesaggio è il nostro legame con il passato, il punto di incontro tra la nostra storia e il nostro presente“.

In momenti come quelli che stiamo attraversando, anche i segni più evidenti delle città pian piano scompaiono dalla vista, cancellati dall’impossibilità di viverli e di leggerli. Cancellati allo stesso modo in cui appena fino a ieri e ancora oggi, interi territori vengono cancellati dai cartelloni pubblicitari, dalle spianate dei parcheggi, dalle ricostruzioni che dimenticano gli assetti passati, dalla mancanza di notizie e di ricordi… Tutto questo rende i luoghi in cui viviamo le nostre contemporanee città invisibili.
È necessario riportarle alla luce entrando in relazione con la loro storia e con quella delle diverse comunità che le abitano. E crediamo che si possa fare attraverso la narrazione dialogante e performativa.

Inizieremo la serata facendo incontrare gli spettatori con il Genius Loci che abita il quartiere e lo spazio che ci ospita (che negli anni ’70 vide uno degli esperimenti culturali più vivi e riusciti della neonata Estate Romana, il Teatrino Scientifico). Accompagnati dalla storica dell’arte Penelope Filacchione e dall’artista Massimo Napoli ascolteremo storie e memorie come fosse una passeggiata lungo le strade di quel quartiere.
Il visibile e l’invisibile nel quartiere sarà un attraversamento attento attraverso l’ascolto e la possibilità di vederne le immagini dal proprio cellulare attraverso l’esperienza digitale dei QR code, ciascuno dei quali rimanderà ad uno specifico luogo e alla sua storia. Si potranno, così, scoprire i segni, le metamorfosi, i frammenti evocativi, che porteranno a guardare con occhi diversi lo spettacolo.

A seguire la rappresentazione dello spettacolo Le Città Invisibili di Italo Calvino, uno spettacolo teatrale che, racconta le città, le evoca, le percorre, riesce, a renderle eterne senza mai smettere di dare voce anche alle città segrete dei poveri, degli invisibili, della gente in movimento.

Le Città Invisibili è il racconto di un viaggio in luoghi straordinari, la storia degli incontri tra l’imperatore tartaro Kublai Kan e Marco Polo, mercante veneziano, giunto alla sua corte. Il Kan vuole conoscere il suo sterminato regno e chiede a Polo di percorrere i suoi territori per raccontargli la forma e la vita delle città che lo costellano.

Ad ogni ritorno Polo (interpretato da tre donne, tre figure femminili archetipiche, tre viaggiatrici del tempo e dello spirito, che suggeriscono la natura corale, arcaica, ancestrale ma anche sfuggente e impersonale del raccontare) narra a Kublai di città fantastiche: città di gioia e desiderio, città venate di rimpianti, città dell’assenza o della morte; città al confine fra reale e immaginario, che sfidano la logica e il tempo. Città fatte di frammenti, di istanti, di segnali che ne potranno costruire una nuova, quasi perfetta.

Le città invisibili, di Italo Calvino, regia di Ivan Vincenzo Cozzi

con Roberto Zorzut, Claudia Fontanari, Brunella Petrini, Elena Stabile.

Musiche originali di Tito Rinesi.
Scenografie di Cristiano Cascelli. Costumi: Marco Berrettoni Carrara.
Tecnico luci/fonica: Steven Wilson
Organizzazione: Isabella Moroni
Ufficio Stampa Valentina Ersilia Matrascìa

Giardino Pietro LombardiVia Sabotino, 7 – Roma

7 settembre 2021 – ore 21,00 – INGRESSO libero

Prenotazione obbligatoria:

argillateatri@gmail.com – 3384670935 (anche Whatsapp) – 347 824 7040

La manifestazione non prevede sedute, sarà possibile portare cuscini o altro.
Sarà assicurato il distanziamento e la sanificazione.

È tutto iniziato il 21 settembre del 2012. Poem for Peace one day – La giornata mondiale della Poesia per la Pace nato come progetto internazionale diffuso in decine di paesi del mondo (Canada, USA, Brasile, Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Irlanda, Olanda, Spagna, Russia, Lituania, Libano, Israele, Australia, Indonesia…) con eventi, workshop, reading, concerti, flash mob, video, canzoni, fotografie, teatro, danza…

In Italia ne abbiamo fatto un evento fisso che ci ha portato ogni anno in luoghi diversi, a volte speciali: la Cava dei Poeti di Carrara, campagne, oliveti, vecchie fabbriche, associazioni, teatri, biblioteche, strade, isole, case private, web…

Siamo in tempo di conflitti, oggi. E non solo quelli evidenti, recenti, disastrosi, ma anche interni e interiori. Nei dibattiti e nelle speranze. Una guerra sottile, invisibile, che prende avvio dalle paure che non si possono ammettere né condividere. O, alle quali, semplicemente, non si dà spazio e tempo di riflessione.

Abbiamo anche imparato a leggere sommariamente, a sorvolare, ad avere bisogno di immagini che chi spieghino più delle parole e dei sentimenti quello che ci accade attorno, quello che ci circonda.

Parlare di pace e di nonviolenza è difficile, così come è diventato difficile credere a quelle speranze, a quelle necessità che solo pochi decenni fa erano la struttura portante della società, il motivo per cui vivere, lottare, la visione di un mondo diverso, migliore nei suoi principi più che nelle sue possibilità.

Abbiamo scelto un mondo che ci semplificasse la vita rinunciando alla scoperta di come poter vivere in armonia con gli altri. Abbiamo disimparato la collettività, la mutualità, il sostegno.

Spesso pensiamo che tutto questo sia sinonimo di carità, di condivisione e invece è molto più sottile il coinvolgimento che fa di noi un gruppo di esseri umani.

Nel mondo, però, non tacciono le voci di chi chiede Pace. Di chi crede alla Pace, a quella Pace che è soprattutto essere contro la guerra, contro il conflitto, un po’ come faceva Gino Strada che non ha mai smesso di ricordare che i conflitti servono a chi ha il potere a questo mondo, a chi gode da solo dei benefici e vuole continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità. 

D’altronde lo sappiamo che la guerra è per prima cosa un’ingiustizia sociale.

C’è anche chi, in nome di questa, non aspira a dettare strade, rotte, destinazioni; non cerca adesioni, voti, likes. Non giudica, non condanna né assolve. Non vuole passare alla Storia, ma vorrebbe solo confrontare le proprie analisi e conclusioni con l’altro che lotta e pensa criticamente.

Perché non siamo soli a sognare un mondo non perfetto, ma migliore: un mondo senza paura.

Dobbiamo tenere conto di questo quando parlare di Pace ci sembra impossibile, inutile, quando perfino la poesia cerca altre strade per divincolarsi da questa sensazione di oscurità.

Dobbiamo cominciare re-imparando ad ascoltare, a leggere, a rispettare linguaggi e tempi diversi da quelli a cui siamo stati abituati.

È questo che ci riproponiamo di fare per il decimo anniversario di Poesie per la Pace: ricominciare ad imparare, a riconoscerci come creatori del mondo in cui viviamo. E lo faremo ancora una volta con la Poesia, la natura, la musica, lo sbocciare della propria interiorità, le fotografie, il canto, le installazioni artistiche in un luogo magico dedicato alla Madre terra Il Quarto La Bufera ad Aprilia.

È qui che Elena Castellacci, fotografa, ha immaginato un luogo di riunificazione con la natura, un ecosistema di pace, arte e rinascita.

Qui ha scelto di ospitare Poesie per la Pace, riconoscendo il filo che lega profondamente ogni cosa che è pace.

Saremo qui ad Aprilia, in Via del Tufello, 16 sabato 18 settembre dalle ore 16,00, con qualche giorno di anticipo sulla Giornata Internazionale della Pace, per dare a tutti la possibilità di intervenire e di trovare nuove parole per dire Pace.

La magia di un luogo potente. Una città antica come quelle narrate da Calvino, una città riemersa dopo essere stata per secoli invisibile e che parla del passato, ma non solo. Trebula Mutuesca ha un’energia speciale che viene dalla sua storia di città di scambi, ma anche di memoria, di segni e di occhi, proprio come alcune di quelle di Calvino.

L’attenzione del pubblico e lo stupore sono stati forti e continui.

Lo spettacolo è cambiato, è diventato includente, veloce, ritmico. Piace anche agli attori e questa è una delle meraviglie.

Le Città Invisibili è uno spettacolo che continua a vivere e a modificarsi anche quando non te lo aspetti.

Quest’anno è stato inserito nella rassegna Sentieri in Cammino diretta da Massimo Wertmuller, che si svolge in luoghi romiti della Sabina, fra paesi antichi ma in costante fermento culturale e luoghi archeologici, storici, mitologici.
La meraviglia.

Con il nuovo cast (Roberto Zorzut, Claudia Fontanari, Brunella Petrini e Elena Stabile) e un nuovo allestimento, noi saremo sabato 7 agosto all’Anfiteatro Romano di Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino), un luogo talmente raro, bello, emozionante che si riflette nel nostro desiderio di fare de Le Città Invisibili uno spettacolo che assorba tutta la potenza e l’energia dello spazio.

Perché, in accordo e oltre tutte le possibili letture del testo di Italo Calvino (del quale, in questo spettacolo, potrete godere la versione originale, senza adattamenti, basata sulla forza della parola e su una drammaturgia che intreccia monologhi, azioni, musiche), scopriamo che sono le città e, dunque, i luoghi a dare forza alla Storia e alla continua trasformazione del presente. È, infatti, il loro continuo stratificare segni e simboli (entità vive che pure si cancellano a causa del tempo, della naturale metamorfosi dei luoghi o per l’intervento di eventi straordinari), a renderle invisibili a chi non ha più la chiave per decifrarle perché ne ha perso la narrazione e la memoria.

Nei momenti come quelli che abbiamo passato negli ultimi tempi, anche i segni più evidenti delle città sono pian piano scomparsi dalla vista, cancellati dall’impossibilità di viverli e di leggerli. Questo ha reso i luoghi in cui viviamo le nostre contemporanee Città invisibili.

Il filo conduttore dello spettacolo è il viaggio, quello che induce alla scoperta di nuove possibilità e cambia intimamente, ma anche quello che attraversa le terre e i mari alla ricerca di nuove risposte attraverso il racconto di ciò che si è visto e vissuto.

Fra le cinquantacinque città scritte da Calvino, abbiamo scelto quelle più prossime alla nostra realtà per attualità, significati o simbologie. Grazie al gioco di antitesi, reciproci rimandi e rispecchiamenti ognuna di queste città riporta il ricordo di qualcosa che ognuno di noi ha già vissuto altrove e, al contempo, offre un nuovo significato e una diversa dimensione temporale.

Oniriche, suggestive, complesse nel loro metatesto, le Città di Calvino forse sono invisibili soltanto a chi non sa guardare, o non vuole farlo, ma in realtà abitano sul confine nebbioso fra l’immaginario e il reale ed hanno una struttura solida che lo spettacolo segue e offre.

E se ognuna delle città immaginate da Calvino, ha nomi di donna, abbiamo voluto affidare proprio a tre donne il ruolo del mitico esploratore. Il narratore Marco Polo è, infatti, stato scomposto e moltiplicato in tre donne, tre figure femminili quasi archetipiche, tre viaggiatrici del tempo e dello spirito, che suggeriscono la natura corale, arcaica, ancestrale ma anche sfuggente e impersonale del raccontare: la parola e il linguaggio prendono vita con l’essere umano, ma a loro volta, lo abitano e lo raccontano.

Lo spettacolo non ha un tempo o un luogo specifici, è la provenienza da regioni lontane, steppe, deserti, montagne, mari a uniformare la narrazione che si suddivide in quattro macroscene: l’alba è del Mercato, quando le viaggiatrici, con le loro mercanzie, giungono nella piazza ai piedi del palazzo del Kan e dispiegano le loro mercanzie; la notte è del Bivacco, quando, riposti gli oggetti, le viaggiatrici possono finalmente sedere attorno al fuoco a raccontarsi storie che faranno loro compagnia durante il nuovo viaggio. Infine, la scena della Partita a Scacchi, giocata sul pavimento della reggia di Kublai Kan, è la sfida al cambiamento dei tempi, al futuro da immaginare, all’immortalità del racconto che può sostituirsi alla vita, fingerla ma anche svelarla.

Le musiche originali del compositore Tito Rinesi sono frutto di un profondo lavoro di ricerca sul testo. Le parole e gli oggetti si trasformano in suoni e sonorità evocative; i ritmi inseguono o anticipano le azioni: rumori di mercato e di carovane, cori classici e armonie contemporanee; chitarre di fado s’abbracciano a accenni hip hop; ad ogni inizio un segnale forte (il richiamo del Muezzin alla preghiera, il canto armonico dei monaci gyuto tibetani…) provoca sospensione e meraviglia.

Come si fa a Raccontare la Palestina quando tutto attorno si sente una sola storia che parla di terrorismo, che non riesce a fare pace con colpe antiche, che è asservita alle necessità e agli equilibri politici ed economici, all’utilizzostrumentale di alcuni territori, al potere di persuasori e lobby?

Come si fa, anche, a sentire proprio un modo di parlare fatto di parole e di obiettivi di cui abbiamo dimenticato uso e significato?

Il 12 giugno abbiamo pensato di poterlo fare attraverso la poesia. La poesia che va oltre i dubbi e le esaltazioni, gli schieramenti e le frontiere. La poesia che raconta la quotidianità che ci è negato di sapere, perché ascoltiamo sempre lo stesso discorso, perché finiamo col credere che non ci sia altro, oltre quello che ci arriva attraverso i media e quello che pensiamo di aver compreso quando proviamo ad orizzontarci fra le notizie, le immagini, le storie.

Come, ad esempio, con la poesia forte, e travolgente letta ad apertura delll’incontro da Ivan Cozzi, che potete trovare senza mediazioni se non quella della traduzione, qui.

Oppure con questa poesia di Manal Serry letta in arabo dall’autrice e in italiano da Antonella Rizzo.

Con le parole della giovane palestinese che parla con passione di una Patria sconosciuta (Maya Issa), del medico che non ha mai smesso di lottare e conosce la storia in tutte le sue pieghe (Yousef Salman), dell’attivista che ha sempre la Palestina nel Cuore (Lucio Vitale).

Con le poesie lette da Brunella Petrini e Ivan Cozzi e con quelle delle poete Ileana Izzillo e Simonetta Ramacciani.

Ma anche con la musica di una fisarmonica (Daniele Mutino) o di quella che viene da un altro paese del mondo, l’India (Kalipada Pakhy Adhikary)

E con l’invincibile canto di libertà riproposto dalla Titubanda.

Nel corso della serata sono stati raccolti € 400 che sono stati devoluti all’Associazione Amici della Mezza Luna Rossa Paletinese.

12 giugno 2021 dalle 18,00
al Laboratorio Sociale Autogestito 100Celle – Viale della Primavera 316/b

E se fossi tu a veder espropriata la tua casa, confiscata la tua terra, demolito il tuo villaggio, senza diritto al ritorno e senza alcuna legge che ti consenta di rivendicarne la proprietà?

E se fosse la tua terra ad essere occupata, la tua cittadinanza trasformata in un labile “diritto di residenza”, come fossi straniero nel paese delle tue radici?

E se ti allontanassero dal tuo quartiere, dalla tua rete sociale chiudendo i centri culturali, i parchi pubblici, le istituzioni i soli luoghi rimasti dove poter esprimere la tua identità e il tuo legame con la terra, la tua identità nazionale?

E se del tuo Paese, raccontassero le vicende utilizzando parole ingannevoli e ipocrite, pur di dare al mondo una visione accettabile e normale di quello che sta accadendo?

C’è una storia antica di dolore, oppressione e privazione di ogni diritto e ogni dignità.

È la storia della Palestina e dei suoi abitanti; una storia in gran parte frutto di politiche giocate altrove, ma pagate di persona dagli abitanti di quella terra e raccontate sempre in maniera parziale o faziosa.

La narrazione degli eventi, infatti, viene sempre fatta da un solo punto di vista, le parole usate non sono mai reali, il fine è sempre quello di minimizzare la popolazione palestinese.

Oggi, però, dopo gli ultimi eventi di guerra è diventato chiaro a tutti che quello che sta avvenendo in Palestina non può avere altro nome che pulizia etnica e di apartheid.
Parole che si credeva non potessero mai più essere pronunciate.

Noi vogliamo raccontare con altre parole, vogliamo ricostruire una narrazione autentica e, per farlo, ci mettiamo, per prima cosa, dalla parte degli oppressi, dei molti che non hanno casa né lavoro, di chi è quotidianamente controllato e accusato; di coloro a cui è stata tolta la rete sociale e civile della città e perfino la continuità geografica costringendoli in frammenti abitati circondati da altri villaggi controllati da militari armati.

Una narrazione che parta dalla cultura, dalle parole dei poeti, degli scrittori, dai racconti di chi ha vissuto tutto questo, di chi ha visto, di chi ha testimoniato e continuerà a farlo.

Sabato 12 giugno dalle 18:00 il Laboratorio Sociale Autogestito 100Celle, Poesie per la Pace e Argillateatri organizzano un aperitivo solidale per la Palestina.
Un incontro  pensato per offrire un’informazione più reale e obiettiva sulla situazione palestinese alle persone attraverso testimonianze, poesie, letture collegamenti, immagini… e per raccogliere fondi.

Partecipano

Antonella Rizzo (poeta), Manal Serry (poeta), Annamaria Giannini (poeta), Muna Madani (poeta), Simonetta Ramacciani (poeta), Ileana Izzillo (poeta), Sabina La Manna (poeta)

Letture

Claudia Fontanari (attrice), Antonia Masulli Matera (attrice), Brunella Petrini (attrice), Elena Stabile (attrice)

Interventi musicali

Titubanda, Daniele Mutino, Kalipada Pakhy Adikary (India)

Contributi video

Maria Grazia Calandrone, Marco Cinque (su musiche di Giuseppe Natale), Ada Crippa, Ilaria Grasso, Francesco Randazzo

Dalla Palestina

Hafiz Abukishk

Mostra fotografica di  

Federico Palmieri

Intervengono

Yousef Salman (Presidente della Comunità Palestinese di Roma e del Lazio); Maya Issa (Giovani Palestinesi di Roma); Leonardo Rinaldi (Vicepresidente ANPI Centocelle); Lucio Vitale (Palestina nel Cuore)

Il 27 marzo abbiamo celebrato la 60esima Giornata Mondiale del Teatro. Da sessanta anni, dunque, il Teatro viene riconosciuto come bene comune, come elemento culturale trainante, modificante e accogliente e viene celebrato in tutto il mondo.

In tutto il mondo, come la situazione di sospensione, incertezza e confusione che stiamo vivendo che mina profondamente la voglia di creare, di raccontare, di avere l’energia per vedere il futuro. Un futuro anche diverso, anche portatore di nuovi linguaggi, anche dimentico di quello che finora è stato (e non è davvero quello che auspichiamo), ma un futuro che dovrebbe poter essere immaginato già da oggi.

Invece, quello che sarà dopo gli artisti italiani e, soprattutto gli artisti italiani indipendenti che hanno avuto pochi sostegni e non certo per le loro creazioni, ancora non possono immaginarlo. 

Così il 27 marzo, grazie ad un’idea di Isabella Cognatti e Lorenzo Marinone, attivi nella cultura del Municipio Roma XII, ci siamo trovati, assieme ad altre associazioni e personaggi dello spettacolo, all’interno di La cultura alza la voce, un progetto che ha unito la Giornata Mondiale del Teatro alle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante.

È stata un’esperienza fortificante. Raramente si vede così tanta voglia di fare rete, raramente c’è tanta disponibilità a sperimentare.

Potete seguire qui la lunga diretta via Zoom che ha unito esperienze diversissime tra loro.

Il termine persona proviene del latino persōna, e questo probabilmente dall’etrusco phersu (‘maschera dell’attore’, ‘personaggio’), il quale procede dal greco πρóσωπον [prósôpon].

L’uso della maschera ha origini preistoriche e veniva usata dall’individuo per uscir fuori dalla sua condizione umana per entrare in contatto con le forze soprannaturali.

Nel teatro antico greco era considerata uno strumento di culto che aveva come elementi essenziali il travestimento e la maschera, per permettere al dio di prendere vita nel corpo dei suoi seguaci e, solo secondariamente, un aspetto scenico.

I fedeli di Dionisio, infatti, si camuffavano in modo primitivo coprendosi il capo con foglie, sporcandosi il viso con il mosto, fuliggine e terra.

La parola maschera deriva dall’arabo MASKHARAH che ha il significato di “buffonata, beffa”. Non a caso la Commedia dell’arte sfrutterà la maschera per aumentare la comicità degli attori in concomitanza con il dialetto, con il timbro caratteristico della voce e con quella della mimica.

Chiunque indossi una maschera supera un limite e chiunque adotti la personalità della maschera si inoltra in un territorio sconosciuto, infatti, portare una maschera rappresenta per I ‘attore una grossa sfida, e lo pone in un radicale confronto con il proprio corpo, le proprie ambizioni e le proprie idee, insomma con il proprio ego.

Come si modifica il lavoro di un attore se porta una maschera? Come si trasforma una maschera grazie al lavoro dell’attore? Come recita una maschera?

Lo scopriremo in questo laboratorio.

Il laboratorio è caratterizzato da due parti distinte e complementari: l’insegnamento delle tecniche della costruzione delle maschere e, dunque, lo sviluppo delle capacità manuali e della creatività e teatro di movimento (e delle relative figure e strumenti che lo caratterizzano) e le tecniche fondamentali per l’utilizzo delle maschere realizzate.

Il laboratorio è finalizzato alla messa in scena di un testo della tradizione classica che verrà scelto insieme ai partecipanti e che avrà come caratteristiche personaggi straordinari ed ambientazioni in bilico fra il quotidiano ed il fantastico.

Condotto da attori e mascherai professionisti, il laboratorio si articola in fasi distinte:

1° Fase: tecnica della costruzione della maschera: caratterizzazione ed espressività della maschera, progettazione della maschera, scelta dei lavori ed esposizione della tecnica di realizzazione. Il disegno su carta: il personaggio scelto e la sua colorazione. La creta: lavorazione e manipolazione della creta per ottenere il modello della maschera. Il gesso: dal calco in creta si ricava quello in gesso. La carta: lavorazione sul modello in creta con la carta. Finitura del modello in carta e sua colorazione. Completamento: eventuali decorazioni di stoffa, nastri, perline, carta crespa, etc.

2° Fase: illustrazione delle tecniche di utilizzazione dei lavori finiti in chiave teatrale: relazione corpo – spazio: equilibrio, postura, ritmo, movimento; relazione maschera – corpo – spazio: il corpo nuovo che respira, pensa, agisce; brevi cenni teorico-pratici sulla commedia dell’arte: le origini, le tecniche di improvvisazione, le maschere, i caratteri, la pantomima; improvvisazioni: emozioni, sentimenti, relazione con l’altro; azioni sceniche, drammatizzazione.

COSA IMPARERAI:
– Come acquisire la padronanza del corpo
– Come sviluppare l’abilità nell’uso delle tecniche manuali
– Come mantenere il contatto con tradizioni sociali, artistiche e letterarie delle diverse culture
– Come imparare un linguaggio teatrale specifico
– Come raccontare nuove storie partendo dalla tradizione e guardare al futuro