di Massimo Napoli

Senza alcun timore, e piace aggiungere, cogliendo nel segno, si può affermare che un elemento ben visibile del bel rione è il Palazzo di Giustizia.
Ubicazione: Piazza Cavour.

Cominciando da tale edificio il nostro conciso percorso si aggiunge un altro dettaglio, sempre rimanendo entro i confini del visibile, l’architetto che lo progettò: Guglielmo Calderini (Perugia 1837 Roma 1916). Egli impiegò elementi tratti dall’architettura tardo rinascimentale e barocca. La solenne imponenza dell’edificio, realizzato in un gigantesco ammasso di travertino, rivelava, dopo soli cinquant’anni, debolezza di fondazioni, da richiedere lunghi e imponenti lavori di consolidamento.

Volgendo ora l’attenzione agli aspetti invisibili del Palazzo di Giustizia, eccone uno molto dibattuto, il fascino della sua bellezza, costituito dai faraonici interni, che ipnotizzano, ammaliano e seducono. Chi? Tutti coloro, chi in veste di carnefice, chi in veste di vittima, sbrogliano i loro affari di giustizia lì dentro, divenendo piccole figure spersonalizzate. Tale effetto, e si rimane tra gli aspetti dell’invisibile, era stato colto appieno da un bravo regista americano, Orson Welles (1915-1985), il quale aveva utilizzato diversi interni del Palazzo, come i corridoi e l’Aula Magna, per alcune scene del film Il processo del 1962 tratto dall’omonimo romanzo di Franz Kafka.

Gli interni del Palazzo di Giustizia come allegoria dell’alienazione e dell’orrore capitalistico. Concrete, ben note e dunque per noi ben visibili le esacerbanti critiche ricevute dal progettista perugino in riferimento alla realizzazione del Palazzo di Giustizia. Mentre assai invisibile, perché non documentata, la notizia, secondo la quale, il Calderini si sarebbe suicidato quasi ottuagenario, a causa delle suddette critiche contrarie.
Si direbbe oggi di trattarsi di leggenda metropolitana? Sì. Le cronache dell’epoca, invece, non hanno mai fatto registrare tale nota biografica.

Scendendo le scale della facciata del Palazzo di Giustizia, le strade del rione si aprono a ventaglio davanti a noi, da ricordare la raggiera di spadine o di spilloni che portavano in capo, intorno ai capelli, le contadine piemontesi in quel periodo.

La razionalità dei tracciati stradali, e siamo nel campo del visibile, volutamente ostacolano la vista della cupola di San Pietro, a sottolineare, ormai per sempre, i rapporti tesi tra il Regno Sabaudo e lo Stato Pontificio. Finanche la toponomastica, assai nota e ben visibile, cita e richiama nomi di personaggi del mondo laico e pagano, in contrapposizione alla cappa asfissiante della millenaria presenza papalina.

Leggiamo, lungo la rutilante via maestra del rione, il nome Cola di Rienzo, il sognatore di una nuova grandezza di Roma, facendosi proclamare tribuno e invitando tutte le città italiane ad inviare legati, per eleggere un imperatore italiano. Egli fu ucciso in un altro luogo di Roma, simbolo di laicismo: il Campidoglio.
Poi vi sono Via Crescenzio, Via Orazio, Cassiodoro e Boezio, Tacito e Triboniano, fino ai nomi dell’Unità d’Italia: Risorgimento e il nome più bello Piazza della Libertà.

Invisibile ai cittadini è il confine a Nord del rione Prati: viale delle Milizie. Oltre tale viale, come un fiume Rubicone invisibile perché prosciugato, si accede al quartiere Delle Vittorie. Visibile, ma ignorata, dunque invisibile, la numerazione dei rioni e dei quartieri della nostra città, incisa in alto a destra delle targhe delle vie.

Prati segna RXXII, rione ventidue, mentre oltre il Centro le targhe dicono “Q”: quartiere. La nostra guida c’invita a scegliere davanti al bivio, poeta latino, Lucrezio Caro, o il naturalista, Federico Cesi?
C’incamminiamo dunque lungo via Lucrezio Caro o via Federico Cesi? Rammentando un poco del primo il De rerum natura e del secondo il suo diciottesimo anno, quando fondò l’Accademia dei Lincei nel 1603. Il percorso è il medesimo, poiché la guida ci mena al villino Cagiati.

I villini di questo rione appartengono a una specifica tipologia architettonica, tipica del buon costruire e del ben pianificare gli spazi urbani. Villino Cagiati. Ubicazione: via Virginio Orsini 27 angolo via dei Gracchi. Anno di costruzione: 1902. Committente: Giulio Cagiati. Architetto: Garibaldi Burba.

Diversi artisti collaborarono alla realizzazione delle decorazioni, ancora ben visibili: Galileo Chini aveva ideato gli esterni cordoni in maioliche policrome a motivi di fiori e frutta. Alessandro Mazzuccottelli aveva elaborato eleganti soluzioni in ferro battuto con un trionfo di elementi vegetali con tralci di vite. Silvio Galimberti aveva realizzato gli apparati decorativi ad affresco.
Di quest’ultimo, e siamo nell’invisibile, da sbirciare i due tondi ai lati in alto dell’ingresso principale, tuttavia interno e non sulla strada, che ci rivelano due bei volti femminili in primo piano, uno dei quali ci rimanda al volto della nascita di Venere del Botticelli, pronta a rinascere anche in ambito Liberty.
Vasi con bluastri iris e dalle foglie verdi , in ceramica, ornano alcune finestre. Nel giardino, e ben visibile dalla strada, compare, come il sole sorge all’orizzonte, un bellissimo gazebo circolare su arcate, tutto fortemente influenzato da stilemi arabeggianti.

La nostra guida ci esorta a percorrere via dei Gracchi e, pur notando interessanti villini a destra e a manca, e tale rione ne offre parecchi, eccoci davanti a uno dei più suggestivi: Villino Vitale. Ubicazione: via dei Gracchi angolo via Alessandro Farnese. Tipologia: villino a cinque piani, di cui uno seminterrato, con torretta centrale. Committente: Felice Giacomo Vitale. Architetto: Arturo Pazzi. Anno di costruzione: 1909.

Ben visibile lo stile della costruzione, da ricordarci, con la totale assenza di intonaci e con i bei mattoni rossi a vista, la severità di un rinnovato Medioevo o l’elegante austerità del Romanico. Assolutamente ignorate, ma degne di nota le decorazioni di Duilio Cambellotti: sotto il cornicione affresco di colombi, sulla torretta fregio in maiolica raffigurante rondini in volo.

La nostra guida ci conduce ora lungo via Crescenzio. Non si osserva un villino, ma un altro edificio realizzato con i principi del buon costruire: casa Roy. Si tratta della tipologia: case d’affitto. Tale tipologia di costruzioni al principio del Novecento arricchiva il rione Prati, e le altre zone edificate nello stesso periodo, di case d’appartamento. Dunque appartamenti spaziosi, luminosi ed edificati con ottimi materiali.

Casa Roy. Ubicazione: via Crescenzio 38, angolo via Ovidio. Architetto: Fulgenzio Setti. Anno di costruzione: 1910. Un bell’esempio di progettazione e realizzazione di abitazione moderna. Interessante esempio della penetrazione in ambito romano di elementi di architettura francese di fine Ottocento. Vedi la torretta angolare a cupola, svettante sulla sommità dell’edificio, che ricorda la cupola dell’Hotel Excelsior.

Appartamenti “spatiosi” e luminosi e dotati di tutti i comfort. La nostra guida, che ci permette di individuare quelle architetture, che altrimenti, a causa dell’esagerato numero di automobili parcheggiate in ogni spazio utilizzabile, scomparirebbero nell’invisibile, ci invita a rimanere lungo via Crescenzio, dirigendoci nuovamente verso piazza Cavour, ma fermandoci un poco prima.

Eccoci dunque ad osservare se non ad ammirare il villino Roberti. Ubicazione: via Crescenzio 14 angolo via Virgilio. Tipologia: villino unifamiliare a tre piani, di cui uno seminterrato. Torretta laterale.
Committente: contessa Kappel, coniugata con l’avvocato conte Pietro Roberti. Architetto: Arturo Pazzi. Anno di costruzione: 1905.

Eccellente e raffinato esempio di richiamo neorinascimentale. Pitture al di sotto del cornicione, cimase e lunette sopra le finestre, trifore ai quattro lati della torretta, bifore al piano nobile. Con sommo dispiacere da riferire un bellissimo elemento invisibile, dico invisibile in quanto distrutto, eliminato: nel giardino vi era una fontana a conca con isoletta a roccaglia, zampillo, felci e capelvenere. Brutalmente spianato dagli attuali proprietari, per ricavarne posti auto.

Con il villino Roberti si abbandona la strada per passare a una dimensione altrettanto interessante: il villino nella letteratura. Il villino Roberti è l’ambientazione di uno dei romanzi ritrovati di Drosophila Melanogaster, pseudonimo di Europa Pesante (Roma 1893-1975), scrittrice e pittrice di successo negli anni fra le due guerre. Il romanzo ha per titolo La folla delinquente.

7 settembre 2021 ore 21,00
Giardino Pietro Lombardi – Via Sabotino, 7
Rassegna E-stiamo in Piazza 2021 Municipio Roma I Centro.

Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili“. Questo pensiero, che Italo Calvino espresse in un’intervista sul suo romanzo più visionario, è alla base dello sguardo con cui abbiamo voluto legare Le Città alla città. A Roma, dove lo sperimentiamo per la prima volta, ma anche in qualsiasi altro luogo che conservi strutture, storie, memorie, monumenti, ricordi, oggetti, abitanti, appartenenza.

La città, infatti, è il risultato di una stratificazione di segni. Un processo continuo di aggiunte e sottrazioni, che ha a che fare sia con la realtà fisica (le strade, i negozi, i monumenti, i palazzi…), sia con la memoria collettiva.

Noi – come dice l’Architetto Giorgio Del Puentesiamo in parte le città in cui viviamo, quelle che abbiamo visto e che portiamo con noi. La memoria del paesaggio è il nostro legame con il passato, il punto di incontro tra la nostra storia e il nostro presente“.

In momenti come quelli che stiamo attraversando, anche i segni più evidenti delle città pian piano scompaiono dalla vista, cancellati dall’impossibilità di viverli e di leggerli. Cancellati allo stesso modo in cui appena fino a ieri e ancora oggi, interi territori vengono cancellati dai cartelloni pubblicitari, dalle spianate dei parcheggi, dalle ricostruzioni che dimenticano gli assetti passati, dalla mancanza di notizie e di ricordi… Tutto questo rende i luoghi in cui viviamo le nostre contemporanee città invisibili.
È necessario riportarle alla luce entrando in relazione con la loro storia e con quella delle diverse comunità che le abitano. E crediamo che si possa fare attraverso la narrazione dialogante e performativa.

Inizieremo la serata facendo incontrare gli spettatori con il Genius Loci che abita il quartiere e lo spazio che ci ospita (che negli anni ’70 vide uno degli esperimenti culturali più vivi e riusciti della neonata Estate Romana, il Teatrino Scientifico). Accompagnati dalla storica dell’arte Penelope Filacchione e dall’artista Massimo Napoli ascolteremo storie e memorie come fosse una passeggiata lungo le strade di quel quartiere.
Il visibile e l’invisibile nel quartiere sarà un attraversamento attento attraverso l’ascolto e la possibilità di vederne le immagini dal proprio cellulare attraverso l’esperienza digitale dei QR code, ciascuno dei quali rimanderà ad uno specifico luogo e alla sua storia. Si potranno, così, scoprire i segni, le metamorfosi, i frammenti evocativi, che porteranno a guardare con occhi diversi lo spettacolo.

A seguire la rappresentazione dello spettacolo Le Città Invisibili di Italo Calvino, uno spettacolo teatrale che, racconta le città, le evoca, le percorre, riesce, a renderle eterne senza mai smettere di dare voce anche alle città segrete dei poveri, degli invisibili, della gente in movimento.

Le Città Invisibili è il racconto di un viaggio in luoghi straordinari, la storia degli incontri tra l’imperatore tartaro Kublai Kan e Marco Polo, mercante veneziano, giunto alla sua corte. Il Kan vuole conoscere il suo sterminato regno e chiede a Polo di percorrere i suoi territori per raccontargli la forma e la vita delle città che lo costellano.

Ad ogni ritorno Polo (interpretato da tre donne, tre figure femminili archetipiche, tre viaggiatrici del tempo e dello spirito, che suggeriscono la natura corale, arcaica, ancestrale ma anche sfuggente e impersonale del raccontare) narra a Kublai di città fantastiche: città di gioia e desiderio, città venate di rimpianti, città dell’assenza o della morte; città al confine fra reale e immaginario, che sfidano la logica e il tempo. Città fatte di frammenti, di istanti, di segnali che ne potranno costruire una nuova, quasi perfetta.

Le città invisibili, di Italo Calvino, regia di Ivan Vincenzo Cozzi

con Roberto Zorzut, Claudia Fontanari, Brunella Petrini, Elena Stabile.

Musiche originali di Tito Rinesi.
Scenografie di Cristiano Cascelli. Costumi: Marco Berrettoni Carrara.
Tecnico luci/fonica: Steven Wilson
Organizzazione: Isabella Moroni
Ufficio Stampa Valentina Ersilia Matrascìa

Giardino Pietro LombardiVia Sabotino, 7 – Roma

7 settembre 2021 – ore 21,00 – INGRESSO libero

Prenotazione obbligatoria:

argillateatri@gmail.com – 3384670935 (anche Whatsapp) – 347 824 7040

La manifestazione non prevede sedute, sarà possibile portare cuscini o altro.
Sarà assicurato il distanziamento e la sanificazione.

La magia di un luogo potente. Una città antica come quelle narrate da Calvino, una città riemersa dopo essere stata per secoli invisibile e che parla del passato, ma non solo. Trebula Mutuesca ha un’energia speciale che viene dalla sua storia di città di scambi, ma anche di memoria, di segni e di occhi, proprio come alcune di quelle di Calvino.

L’attenzione del pubblico e lo stupore sono stati forti e continui.

Lo spettacolo è cambiato, è diventato includente, veloce, ritmico. Piace anche agli attori e questa è una delle meraviglie.

Le Città Invisibili è uno spettacolo che continua a vivere e a modificarsi anche quando non te lo aspetti.

Quest’anno è stato inserito nella rassegna Sentieri in Cammino diretta da Massimo Wertmuller, che si svolge in luoghi romiti della Sabina, fra paesi antichi ma in costante fermento culturale e luoghi archeologici, storici, mitologici.
La meraviglia.

Con il nuovo cast (Roberto Zorzut, Claudia Fontanari, Brunella Petrini e Elena Stabile) e un nuovo allestimento, noi saremo sabato 7 agosto all’Anfiteatro Romano di Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino), un luogo talmente raro, bello, emozionante che si riflette nel nostro desiderio di fare de Le Città Invisibili uno spettacolo che assorba tutta la potenza e l’energia dello spazio.

Perché, in accordo e oltre tutte le possibili letture del testo di Italo Calvino (del quale, in questo spettacolo, potrete godere la versione originale, senza adattamenti, basata sulla forza della parola e su una drammaturgia che intreccia monologhi, azioni, musiche), scopriamo che sono le città e, dunque, i luoghi a dare forza alla Storia e alla continua trasformazione del presente. È, infatti, il loro continuo stratificare segni e simboli (entità vive che pure si cancellano a causa del tempo, della naturale metamorfosi dei luoghi o per l’intervento di eventi straordinari), a renderle invisibili a chi non ha più la chiave per decifrarle perché ne ha perso la narrazione e la memoria.

Nei momenti come quelli che abbiamo passato negli ultimi tempi, anche i segni più evidenti delle città sono pian piano scomparsi dalla vista, cancellati dall’impossibilità di viverli e di leggerli. Questo ha reso i luoghi in cui viviamo le nostre contemporanee Città invisibili.

Il filo conduttore dello spettacolo è il viaggio, quello che induce alla scoperta di nuove possibilità e cambia intimamente, ma anche quello che attraversa le terre e i mari alla ricerca di nuove risposte attraverso il racconto di ciò che si è visto e vissuto.

Fra le cinquantacinque città scritte da Calvino, abbiamo scelto quelle più prossime alla nostra realtà per attualità, significati o simbologie. Grazie al gioco di antitesi, reciproci rimandi e rispecchiamenti ognuna di queste città riporta il ricordo di qualcosa che ognuno di noi ha già vissuto altrove e, al contempo, offre un nuovo significato e una diversa dimensione temporale.

Oniriche, suggestive, complesse nel loro metatesto, le Città di Calvino forse sono invisibili soltanto a chi non sa guardare, o non vuole farlo, ma in realtà abitano sul confine nebbioso fra l’immaginario e il reale ed hanno una struttura solida che lo spettacolo segue e offre.

E se ognuna delle città immaginate da Calvino, ha nomi di donna, abbiamo voluto affidare proprio a tre donne il ruolo del mitico esploratore. Il narratore Marco Polo è, infatti, stato scomposto e moltiplicato in tre donne, tre figure femminili quasi archetipiche, tre viaggiatrici del tempo e dello spirito, che suggeriscono la natura corale, arcaica, ancestrale ma anche sfuggente e impersonale del raccontare: la parola e il linguaggio prendono vita con l’essere umano, ma a loro volta, lo abitano e lo raccontano.

Lo spettacolo non ha un tempo o un luogo specifici, è la provenienza da regioni lontane, steppe, deserti, montagne, mari a uniformare la narrazione che si suddivide in quattro macroscene: l’alba è del Mercato, quando le viaggiatrici, con le loro mercanzie, giungono nella piazza ai piedi del palazzo del Kan e dispiegano le loro mercanzie; la notte è del Bivacco, quando, riposti gli oggetti, le viaggiatrici possono finalmente sedere attorno al fuoco a raccontarsi storie che faranno loro compagnia durante il nuovo viaggio. Infine, la scena della Partita a Scacchi, giocata sul pavimento della reggia di Kublai Kan, è la sfida al cambiamento dei tempi, al futuro da immaginare, all’immortalità del racconto che può sostituirsi alla vita, fingerla ma anche svelarla.

Le musiche originali del compositore Tito Rinesi sono frutto di un profondo lavoro di ricerca sul testo. Le parole e gli oggetti si trasformano in suoni e sonorità evocative; i ritmi inseguono o anticipano le azioni: rumori di mercato e di carovane, cori classici e armonie contemporanee; chitarre di fado s’abbracciano a accenni hip hop; ad ogni inizio un segnale forte (il richiamo del Muezzin alla preghiera, il canto armonico dei monaci gyuto tibetani…) provoca sospensione e meraviglia.

Torniamo in scena dal 10 al 15 aprile 2018. Torniamo in scena perché Le Città Invisibili è un progetto in continua evoluzione. Va oltre la scrittura di Calvino di cui abbiamo parlato diffusamente nei post precedenti, è fatto delle intuizioni registiche, degli apporti attoriali, del modificarsi di trucchi e costumi, del comporsi delle scenografie.

Pian piano, inoltre, si evolverà per diventare itinerante. Già quest’anno, complice la forma di Ar.Ma Teatro dove siamo stati ospiti per il concorso del DOIT Festival, abbiamo cominciato a rendere ravvicinato e reale l’incontro di Kublai Kan con il pubblico.

Sono cambiate due attrici ed il lavoro ostinato e luminoso che hanno fatto ha dato dei risultati concreti.

Anche per il Kan nuovi movimenti, nuove relazioni e poi due nuove città: Eutropia, la città fatta di infinite altre città che si popolano quando si è stanchi della propria vita e Irene la città che si può solo immaginare e della quale non si può parlare o forse della quale si parla sempre e soltanto…

Dal 10 al 15 aprile saremo di nuovo in scena a Sala Uno Teatro, lì dove “i giardini di magnolie” e la grande terrazza di Kublai Kan prendono una forma antica come le arcate antiche di Roma.

Venerdì 6 aprile alle 17.30 lo spettacolo verrà presentato alla Biblioteca Penazzato di Roma con regista e attori della compagnia e Fabrizio Scrivano (Professore di Letteratura Italiana dell’Università di Perugia), autore di Calvino e i corpi, Morlacchi editore.

Sarà un anticipo di viaggio, con le tre Marco Polo che ci narreranno alcune delle città.

3 e 4 aprile Ar.Ma Teatro DOIT FESTIVAL dal 10 al 15 aprile TEATRO SALA UNO LE CITTA’ INVISIBILI di Italo Calvino

A Roma a Ar.Ma Teatro per il Doit Festival (3 e 4 aprile) e al Teatro Sala Uno (dal 10 al 15 aprile) viene presentato da Argillateatri con nuovi interpreti lo spettacolo Le Città Invisibili di Italo Calvino, fedele al testo calviniano, in un’operazione unica che mette in relazione letteratura e teatro. La regia di Ivan Vincenzo Cozzi sceglie 15 delle 55 città proposte dal celebre scrittore, affida ad Alessandro Vantini il ruolo di Kublai Kan e suddivide in tre il ruolo di Marco Polo interpretato da Roberta Lionetti, Brunella Petrini e Mariachiara Vigoriti.

 Le Città Invisibili di Italo Calvino è un diario di viaggio in luoghi straordinari, che racconta degli incontri tra l’imperatore tartaro Kublai Kan e Marco Polo, mercante veneziano, giunto alla sua corte. Il Kan vuole conoscere il suo sterminato regno e chiede a Polo di percorrere i suoi territori per raccontargli la forma e la vita delle città che lo costellano.  Ad ogni ritorno Polo narra a Kublai di città fantastiche: città di gioia e desiderio, città venate di rimpianti, città dell’assenza o della morte; città al confine fra reale e immaginario, che sfidano la logica e il tempo.

Affascinato ma scettico sui racconti del viaggiatore, il Kan lo incalza per avere risposte capaci di riaccendere le aspettative perse nel momento in cui ha raggiunto il possesso del suo regno e Marco, con la sua narrazione, riesce ad provocare nuove visioni e a rendere nuovo senso alle conquiste del Kan.

Il loro dialogo s’attarda fra segreti, iperboli, prospettive ingannevoli, mentre attorno prende forma qualcosa di nuovo, perché forse è vero, come dice il Kan, che ogni città altro non è che la descrizione di una sola, unica città. Quella perfetta.

Venerdì 6 aprile alle 17.30 lo spettacolo verrà presentato alla Biblioteca Penazzato di Roma con regista e attori della compagnia e Fabrizio Scrivano (Professore di Letteratura Italiana dell’Università di Perugia, autore di Calvino e i corpi, Morlacchi editore.

NOTE DI REGIA

Le Città Invisibili non è un testo teatrale e, secondo lo stesso Calvino, non è neanche un romanzo, ma un diario, un insieme di suggestioni. Eppure, anche senza farne un adattamento, siamo riusciti a creare una drammaturgia specifica lavorando sull’intreccio dei monologhi, delle azioni e delle musiche.

Fra le cinquantacinque scritte da Calvino, abbiamo scelto quindici città e dieci appartenenze: memoria, desiderio, segni, cielo, città sottili, occhi, scambi, città dei morti, città e nome, città continue basandoci sulla loro attualità, sui significati e sulle simbologie che le rendono espressione della necessità di un nuovo dialogo fra civiltà.

Uno dei fili conduttori è il viaggio, quello che intraprendiamo ogni giorno alla ricerca del nostro equilibrio, quello che ci induce alla scoperta di nuove possibilità, quello che può cambiarci intimamente anche se non lo sappiamo, ma anche quello che passa attraverso le nostre terre e i nostri mari, intrapreso da altri esseri umani come noi alla ricerca di una nuova pace e di nuove risposte.

Un altro è il sogno, quello che ci accompagna lungo il sonno, ma anche quello fatto dai nostri talenti e dalle nostre speranze, quello che ci viene in soccorso quando tutto sembra crollare, quello che ci offre il senso del provare, e del trovare e del non arrendersi di fronte alle difficoltà o agli orrori.

I dialoghi fra Polo e il Kan sono  stati scomposti e ricostruiti lasciando per lo più integro il testo originale e perseguire il senso più profondo che abbiamo dato alla lettura: ogni città rappresenta un aspetto diverso della città ideale che, quotidianamente ipotizziamo e speriamo. Ognuno di noi, infatti, giorno dopo giorno realizza una sua città, una metafora del proprio rapporto con la vita.

Ognuno si rapporta alla vita con quelle che sono le sue capacità e con i sensi che mette in campo per riuscire a leggere le proposte della vita. Ed ogni città rappresenta qualcosa di noi: sogni, vizi, dolori, immaginario, danza, paura.

Argillateatri

LE CITTÀ INVISIBILI
Personaggi e interpreti

Kublai Kan Alessandro Vantini
Marco Polo Roberta Lionetti, Brunella Petrini, Mariachiara Vigoriti

Regia Ivan Vincenzo Cozzi

Musiche originali Tito Rinesi

Selezione testi  Isabella Moroni

Scenografie Cristiano Cascelli

Costumi Marco Berrettoni Carrara

 Si ringrazia, per i costumi, l’atelier di Marina Sciarelli

 Disegno luci/suono Nino Mallia

Ufficio Stampa Carla Romana Antolini

Organizzazione Isabella Moroni


Martedì 3 e mercoledì 4 aprile, ore 20.45 –  Ar.Ma Teatro via Ruggero di Lauria, 22 Ingresso 12 €, ridotto 10 € e 8€

Da martedì 10 a domenica 15 aprile, ore 21.00 Teatro Sala Uno Piazza di Porta S. Giovanni, 10

Ingresso 15 €, ridotto 10 €

 Venerdì 6 aprile, ore 17.30

Incontro con Fabrizio Scrivano Biblioteca Pennazzato –29744708_2140813609533876_3251662539222123265_o Via Dino Pennazzato, 112 (Ingresso Libero)

Nella messa in scena di quest’anno de Le Città Invisibili, ci sono nuovi gesti.
Gesti antichi del lavoro, gesti magici , gesti ritmati, oppositivi, accoglienti.

Il mercato è sempre una sorpresa. Chi è questo mercante veneziano che prende forma in tre donne che arrivano in un’alba appena interrotta dalla voce del Muezzin che chiama alla preghiera? Da dove vengono, quali fiumi hanno navigato, quali mari, attraverso quali deserti sono passate?

Lo raccontano i loro abiti, che sembrano, come le tuniche dei cantori Fakir del Bengala Occidentale, fatte di incontri e di ricordi: una collana dal deserto, una gonna dalle vallate, una giacca dall’ultimo campo di battaglia soccorso.

Lo raccontano loro stesse quando narrano al Kan delle città più magiche incontrate, quelle che non esistono, eppure sono i nostri specchi.

Porteranno le incertezze del Kan a diventare conoscenza, la stessa che loro detengono per storia e per magia.

 

… nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non credere mai che si possa smettere di cercarla.
Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero-

Così concludiamo le nostre Città Invisibili. La città perfetta esiste e sta nascendo. Ancora oggi, anche se non riusciamo più neanche ad immaginarla.
La città perfetta è in continuo divenire. Quando sembra conclusa, ecco che un tarlo la perfora, scavando e rodendo alcune delle sue certezze. È allora che la città perfetta si disfa un poco per poi ricostruirsi in una nuova direzione.

Se fosse un tessuto avrebbe infinite trame e, forse, anche orditi. Avrebbe nodi e ricami e fori e ripensamenti e colori diversi.
Eppure, anche se così tormentata, lei perfettamente continua a nascere. Sparsa perché è ormai così vasta da non potersi dipanare su un solo telaio; ma sempre dentro i confini dell’Impero.

Che sia questo l’impero sterminato di Kublai Kan o il nostro confine interiore, la città perfetta continuerà a nascere e a riprendere forma, nonostante le avversità, le iperboli, i cambi di rotta.

E nessuno può mai smettere di  cercarla.

 

Le foto sono di Piero Bonacci

Tornano in scena con un cast parzialmente cambiato e con un nuovo obiettivo, quello di creare un nuovo spettacolo più dinamico, modulare, pronto per affrontare spazi diversi, progettato per arrivare ad essere itinerante.

Dunque il 17 settembre all’Anfiteatro di Via Luigi Bombicci a Pietralata, nell’ambito della rassegna Agorà dell’Estate Romana 2017 e successivamente, il 20 settembre, al Teatro Biblioteca del Quarticciolo (che ci ha visto debuttare lo scorso anno) metteremo in scena una sorta di studio, con ancora l’impostazione classica, ma con meno città, più snello e adattabile.

Il progetto è uno spettacolo che sia una sorta di cerniera fra l’impostazione classica e quella più innovativa, che si possa aprire e chiudere a seconda degli spazi e delle motivazioni.
Il testo ce ne offre lo spunto. Ogni Città cambia a seconda dell’occhio di chi la guarda. Ogni viaggiatore vede la sua città, l’immaginario è stimolato dal linguaggio, dalla scrittura aperta, ma capace di richiudersi su un aggettivo che corrisponde ad un gesto; su un’enfasi che corrisponde ad un’azione…

Tutto questo fa de Le Città Invisibili di Italo Calvino una miniera di possibilità, un crogiuolo di esperienze e di sensazioni da mettere insieme, far crescere e condividere con gli spettatori.

In questo settembre vi mostreremo una prima tappa, destinata a cambiare ancora, ma che continuerà a portarvi in un viaggio di parola e di immagini attraverso il quale mettere assieme “pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda senza sapere chi potrà raccoglierli“.

E, come chiede Marco Polo al Kan, congedandosi, anche voi spettatori non crediate mai che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo lei sta affiorando oltre qualche confine…

La prima recensione ricevuta da Le Città Invisibili è stata quella di Enrico Bernard su Saltinaria una recensione neanche troppo severa, che parte da una lunga analisi della letteratura nel teatro per arrivare a dire che:
a) Calvino non si fa mettere in scena senza un adattamento
b) la regia avrebbe dovuto essere più impositiva (e forse imponente).

Sere dopo è venuta in Teatro l’attrice Maria Rosaria Omaggio che – ci hanno detto – ha avuto una reazione simile, non riuscendo, probabilmente, a percepire che la riscrittura di quelle storie avveniva attraverso le azioni che da sole ne hanno creato LA drammaturgia.

Il teatro che -in origine all’inizio del secolo scorso, ma soprattutto nella seconda metà del ‘900- ha cambiato regole e narrazione nasce con il rifiuto della sovranità del testo drammatico (ovvero delle composizioni compiute, scritte appositamente per il teatro) e si propone di creare nello spettatore, magari sulla base di un testo non drammaturgico, ma fortemente evocatore, emozioni diverse e articolate grazie all’amalgamarsi di gesto e parola, caratteri e comportamenti degli attori, come in una partitura musicale.

Al di là delle storie, dei plot coordinati, dei personaggi definiti e delle logiche narrative, in queste partiture l’elemento drammaturgico è l’attore con il suo lavoro (“l’esercizio è essenziale per l’attore” diceva Stanislavskij che pur non ha mai fatto a meno del testo drammatico).
Lavorando con il corpo, il gesto, la fisicità; aumentandoli poi con l’immaginazione e l’intenzione; interpretando con la propria mente, indole, e visionarietà l’indicazione registica, si compie la narrazione drammatica.

Per far questo l’attore deve in primo luogo acquisire la padronanza fisica dei suoi gesti, lentamente, come un atleta, affinché, alla fine dell’allenamento, non abbia esitazioni nell’esecuzione, ma sia fluido, capace di fare della sua parte e della sua tecnica un unica partitura, completamente individuale e basata sulla sua capacità di esecutore che verrà poi affinata in molte prove e in molte repliche per inserire, alla fine, la sua  innovazione, la sua genialità e ricominciare di nuovo…

La competenza fisica dell’attore, fra gli anni ’60 e ’70 è stata portata ai massimi livelli di espressività da gruppi come il Living Theatre, il Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski; da Peter Brook o dall’Odin Teatret di Eugenio Barba. Con loro si è raggiunta una qualità del racconto teatrale che fino ad allora era stato possibile solo immaginare leggendo fra le righe del testo drammaturgico.
Infatti, il lavoro compiuto dallo spettatore per costruire (sognandolo) ciò che mancava al testo è passato all’attore ed il teatro è diventato immediatamente un luogo di possibili e intense emozioni. È stato possibile sentire su di sé i gesti dell’attore distante, provare sensazioni fisiche di piacere, di seduzione, ma anche sensazioni sgradevoli.

Da qualche tempo tutto questo non viene più proposto come un valore o come una nobile identità creativa, il teatro classico ha in buona parte riconquistato il suo spazio, affiancato dalle sperimentazioni attuali: multilinguaggio, multimediali, innovative nelle tecniche e nell’immaginario scenico, che conduce sì a stupire lo spettatore, ma che rimangono distanti da un suo coinvolgimento fisico e emozionale.

Ne Le Città Invisibili di Italo Calvino, scegliendo di non modificare i testi, ma di rispettarli nel loro significato primo, abbiamo costruito un nuovo insieme di relazioni fisiche e mentali con lo spettatore alternando l’ascolto del testo puro con delle partiture che ne sottolineano le possibili, molteplici, letture.
La prima azione drammaturgica sta nell’aver triplicato la figura di Marco Polo ed averla sciorinata in tre differenti modalità di agire: tre caratteri, tre età, tre ruoli, tre narrazioni.
C’è poi tutta la costruzione delle relazioni fra gli interpreti, in parte dati da una drammaturgia classica (i dialoghi con Kublai Kan) e in parte fatte di azioni simboliche, sacre; oppure quotidiane, semplici, che rispecchiano chi guarda, che fanno sì che a tratti si riconosca e a tratti si meravigli.
Un lavoro sia sul grande , sia sul piccolo in continua crescita, un lavoro fondamentale sia per l’arte dell’attore che per la composizione dello spettacolo.

Come dice Mirella Schino nel suo testo Drammaturgia dell’elusione [In Teatro e Storia, n. 22, anno XV, 2000, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 329-363]
…  sia lo spettacolo come unità, che l’arte dell’attore quando è un frammento articolato, elaborato, teoricamente estraibile dal resto dello spettacolo, hanno un valore autonomo rispetto all’opera d’arte letteraria per il teatro, ma al tempo stesso hanno qualcosa in comune con essa, o, per meglio dire, hanno in sé caratteri indipendenti ma simili a quelli della letteratura. […] Forse è nella particolare intimità che si stabilisce tra il lettore e la sua lettura, tra lo spettatore e lo spettacolo, si tratta in entrambi i casi di arti che prendono una forma personale, che sembrano sussurrare all’orecchio del singolo. Forse la somiglianza è in quel ritmo organico, imparentato con la sensualità, tanto caratteristico nella lettura, specie di poesie, che si ritrova anche nella esperienza dello spettatore. Forse invece è nel fatto che l’esperienza di passare attraverso storie rimane comunque  fondamentale…